Smegma Riot e (pochi) altri sopravvissuti

La maglietta nera me l’ha regalata il Tarantino più di qualche tempo fa, accompagnando il dono con una delle sue solite frasi prese in prestito da chissà quale ipotetica filosofia di vita mediterranea in cui primeggia l’esaltazione di un fatalismo di stampo fancazzista.

Al centro è raffigurato un ciucciariello dalle fattezze vagamente umane con un’acconciatura da afroamericano, sotto il quale appare la frase: “Hey you vaffantour”, mentre in alto è riportato il nome in caratteri cinesi della band, che letteralmente si può tradurre come: La punk band degli stalloni italiani.

L’avrò messa 5 o 6 volte in totale, e, credetemi, sono state tutte delle serate indimenticabili.

Sono quasi sicuro di avercela avuta addosso quella volta che in discoteca due tipe mi hanno riempito di succhiotti, e potrebbe avermi salvato la vita in un paio di occasioni. Ad esempio quando mi sono trovato ad ispezionare a fondo il condotto faringeo di una ragazza salvo poi accorgermi che il suo cavaliere, un mafiosetto tutto tondo con mazze chiodate al posto delle braccia, era proprio dietro di me pronto a sferrare il colpo ferale.

Sono superstizioso? No. Ho l’abitudine ad eleggere dei semplici oggetti al rango di talismani magici? Fatemi il piacere. Forse ho solo scelto con una cura maniacale i momenti giusti, e il mio subconscio, metodico e sistematico proprio come il suo proprietario, ha fatto il resto.

A proposito di momenti giusti, eccone uno che, se qualcuno si prendesse la briga di stilare una classifica ufficiale dei momenti giusti accettata all’unanimità, potrebbe giocarsela per il podio e avere buone oppurtunità di beccarsi una medaglia d’oro. Quasi al pari con i succhiotti, e iddio solo sa quanto ne vada ghiotto.

Sul palco davanti a me si agita convulsamente una masnada di ultra-trentenni in leggins aderenti dai colori e dalle fantasie più aberranti. Di quelli che esaltano tutti i difetti delle gambe di un uomo, che possono provocare imbarazzo tanto per un pronunciato rigonfiamento poco più in basso del ventre quanto per l’assenza del suddetto rigonfiamento.

Sono loro, sono gli Stalloni Italiani, e si stanno esibendo a Kunming, il luogo che li ha consacrati al loro glorioso insuccesso, al cospetto di una platea che definire da centro sociale di quart’ordine (ammesso che esistano centri sociali di primo, secondo e terzo ordine) sarebbe riduttivo.

Cinesi e stranieri che pogano spalla contro spalla in preda ad un’esaltazione mistica dai tratti tribali. È questa la strada che conduce alla globalizzazione di cui il mondo intero ha bisogno. È così che si abbattono le barriere tra i popoli: disintegrando ogni forma linguistica in un tripudio di urla prive di qualsiasi connotazione semantica, mentre schizzi di sudore si posano sulla folla come in un battesimo collettivo che spalanca le porte ad una vita finalmente libera dall’unico vero peccato originale. Quello di crescere. Delle fottutissime responsabilità, delle decisioni prese per il proprio dannatissimo bene.

Domattina, dopo una nottataccia passata chini sul wc a pensare che non reggiamo più così bene l’alcol come prima, ci racconteremo davanti ad un’ipocrita tazzina di caffè che in fondo abbiamo fatto bene ad andarcene da qui, che avevamo bisogno di nuovi stimoli, di guardare avanti, e altre puttanate del genere.

Ma adesso lasciamo che i nostri vestiti si impregnino più possibile di questo effluvio nauseante in cui si mischiano l’acre sapore della birra e quello soffocante del tabacco.

Certi cattivi odori, così come alcune strane idee, non se ne vanno via così facilmente.

Ah com’è bello lavarsi, e io mi lavo con te. Ah com’è bello lavarsi, tu ti lavi con me.

(Gianni Drudi)

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4 risposte a “Smegma Riot e (pochi) altri sopravvissuti

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