C’erano un cinese, un polacco e un italiano

Vorrei tanto fosse l’inizio di una barzelletta, come chi legge potrebbe legittimamente pensare, perché ciò significherebbe che gli eventi in questione non siano mai realmente avvenuti. Certo, il tenore grottesco dei fatti e le non lucidissime condizioni psico-fisiche del sottoscritto in quelle ore potrebbero indurre il lettore a chiedersi se non si sia trattato solamente di un serie di sconvolgenti allucinazioni.

Non mi sento di escluderlo. Chi si è sottoposto almeno una volta al supplizio di un volo intercontinentale conosce benissimo la sensazione di straniamento successiva all’atterraggio.

Sei come in una bolla sospesa a qualche centimetro da terra, oltre la quale immagini e suoni ti giungono distorti. I problemi arrivano quando la bolla scoppia e di colpo senti che potresti mangiare e dormire ininterrottamente per interi giorni. Ed è quello che fai, salvo poi pentirtene amaramente.

Comunque, c’erano un cinese, un polacco e un italiano. Il secondo e il terzo sono appena scesi dallo stesso aereo. Non si conoscono, ma il comune bisogno di ristabilire un contatto con il mondo che hanno appena lasciato li porta entrambi in un centro di telefonia mobile.

Non dovrebbe essere difficile acquistare una SIM locale, specialmente per l’italiano, che un po’ di mandarino lo mastica, ma non dimenticatevi della storia della bolla. Così ecco spuntare il cinese, che, senza alcuna ragione apparente, si offre di aiutare i due sventurati forestieri.

Dopo un’oretta di complicati piani tariffari, attivazioni varie e circoncisioni di schede telefoniche i tre sono fuori. Potrebbero salutarsi e riprendere ognuno la propria strada, ma l’intensa esperienza che hanno appena condiviso li ha come avvicinati.

Non si separeranno, non prima di essersi seduti allo stesso tavolo e aver incrociato le bacchette l’uno con l’altro in segno di rispetto. Dopo aver assaporato le delizie del posto, il cinese conduce gli altri due davanti ad un negozio di prodotti tipici e indica un ometto che ripetutamente e con estrema violenza abbassa un’asta di legno dentro un catino colmo di riso glutinoso.

“Questo è mio padre”, afferma con deferenza. L’ometto si ferma e porge ai due l’enorme aggeggio che usa per pestare il riso, una specie di remo di barca pesantissimo da sollevare. L’italiano si ritrae, il polacco invece ci prova. Non ci fa una bella figura, ma i turisti intorno sembrano gradire e l’ometto gli rivolge un sorriso affettuoso.

Poi il cinese attira l’attenzione dei due verso un altro uomo, ben più alto e possente, con indosso una lunga veste scura di epoca imperiale e il viso interamente pitturato di nero. “Questo è mio zio.” L’omone gli fa eco sfoderando un ruggito imperioso, che in altri tempi era servito a guidare poderose armate all’attacco.

La bolla sta per esplodere: tra non molto i nostri due intrepidi viandanti crolleranno inesorabilmente. Ma il polacco ha un suo personale rimedio al collasso, qualcosa che acceleri il processo. Anzi, ne ha due, e li porta sempre con sè nel suo trolley ovunque vada. Si chiamano Vodka e Jagermeister, e hanno un sapore persino migliore per le vie trafficate di una delle metropoli più grandi e popolose del mondo a qualche ora dal tuo arrivo dopo un volo di 15 ore senza quasi chiudere occhio.

L’italiano pensa alle gocce di melatonina che lo aspettano sul comodino dell’ostello e in un attimo realizza quanto immenso sia l’universo che lo separa dal suo compagno d’armi.

“Se stanotte dovessi svegliarti ad un’ora imprecisata e non riuscissi a riaddormentarti, e prevedo che succederà, ricordati che queste due bambole sono sempre con me. Sono capaci di mettere KO un elefante.”

Devo ammettere che quella sera, dopo aver assunto le 4 gocce di melatonina prescritte, ho ripensato al polacco e alla sua offerta. Se questa roba non funziona, giuro che lo chiamo. Lo chiamo e mi scolo una bottiglia intera di Jager. Sì, aspetto ancora dieci minuti e poi lo ch…

Dissolvenza su nero.

No, this is not a good town for psychedelic drugs. Reality itself is too twisted

(dal film “Fear and Loathing in Las Vegas”)

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