Scatoloni e feticismo

Te li ritrovi un giorno davanti alla porta, in attesa. Puoi decidere di ignorarli, di posticipare il momento in cui dovrai preoccuparti di loro. Fino ad allora, puoi starne certo, faranno qualsiasi cosa per farsi notare. Ti staranno con gli occhi addosso tutto il tempo. Il più grande e via via tutti i piccolini, come una famiglia di scassaminchia ferma sull’uscio aspettando di essere ricevuta.

Quel che mi mette più ansia degli scatoloni è la loro testardaggine. Ci provi anche a spiegarglielo che hai chiuso con quella parte della tua vita, che in questa fase certe visite inaspettate dal passato possono solo essere destabilizzanti.

E magari alzi la voce, ti incazzi pure. Ma niente. Resistenza passiva alla Gandhi. Ci mancava solo questa. Come i neri americani che si rifiutavano di alzarsi dai posti riservati ai bianchi nelle tavole calde. Li strattonavano, gli sputavano in faccia, li sbattevano a terra e li riempivano di calci. E loro non si arrendevano. Così sono gli scatoloni, cocciuti e idealisti.

Lottano per difendere il loro sacrosanto diritto di ricordarti chi eri prima di arrivare dove sei ora, che abiti indossavi, quale marca di slip preferivi, di che colore erano i tuoi calzini, che aspetto avevano le persone che ti stavano intorno e quali erano le attività che di solito facevate insieme.

Ma quel che non sopporto è che non si fermano qui, vanno oltre. Subdoli, cercano di insinuare in te il tarlo del dubbio. Ti pare quasi di sentire nelle orecchie quella loro voce melliflua che sa di polvere e muffa, mentre ti sussurrano che prima era meglio e che non sarà mai più così bello.

Chiudete il becco e limitatevi a fare il vostro lavoro, ovvero rifornirmi di vestiti e ricambi di cui ho assoluto bisogno. Una maglia dopotutto è pur sempre una maglia, un oggetto che serve per coprirsi.

Loro sembrano capire e, quasi fossero pentiti di avere attentato alla mia già fragile stabilità emotiva, mi offrono un dono di pace: una pallina da golf che, anni fa a Kunming, un cinese da me ribattezzato il Colonnello per i suoi modi autoritari spediva da una parte all’altra di un campo da calcio prima che la partita avesse inizio, rischiando di uccidere qualcuno.

E poi in un angolo una bustina. Mi basta guardarla per capire che il suo contenuto mi stupirà. E indovina cosa c’era? Le tue mutandine. Senza che ti guardi intorno facendo finta di niente, ce l’ho proprio con te.

Sappi che in Giappone pagherebbero oro per un oggetto del genere e semmai dovessi avere bisogno di cash non esiterei a metterle all’asta su qualche sito frequentato da pervertiti e feticisti dagli occhi a mandorla. Dopotutto, un paio di mutandine per me restano pur sempre un oggetto che serve per coprirsi.

Mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutamenti, mutandine. Donna, cambia, cambia, cambia, cambia, cambia, cambia, cambia, cambia, mutandine.

(Francesco Niente)

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