Va beh, allora io vado eh…

Te l’avevo detto che non sarei rimasto. Ero stato chiaro. “Sì, torno per un po’. Potrebbe essere solo un mese o qualcuno in più, poi però riparto. Hai presente lo spazio bianco tra un paragrafo e un altro? Ecco, il mio ritorno avrà la stessa funzione di quello spazio bianco.” Separare due parti della stessa storia.

Certo, a volte quella riga vuota racchiude molto più di quanto si veda. Avvenimenti che l’autore ha scelto di non raccontare. Minuti, ore, giorni e settimane in cui qualcosa sarà dovuta succedere per forza. Nel mio caso si potrebbe dire che la narrazione proseguirà con la scritta in corsivo: cinque mesi dopo.

Comunque sia, torno da lei. Cos’ha lei che non hai tu? Per carità, non ricominciamo con queste puerili manfrine. In questi mesi non hai perso occasione per rinfacciarmi quanto tu sia unica ed inimitabile e francamente ne ho abbastanza del tuo autocompiacimento. È il tuo limite più grande.

Sì va bene, sai cucinare. Meglio di chiunque altro probabilmente. Hai gusto nel vestire: quel tuo modo di essere sensuale senza rinunciare all’eleganza mi ha sempre fatto impazzire. E sei spassosa da morire. Anarchica, scombinata e buffa. Ma ti è mai passato per la testa che potrebbe non essere sufficiente? Una volta, forse, lo era. Quando da giovane dipingevi quelle magnifiche tele e il mondo intero si inchinava di fronte alla loro bellezza.

Lo fanno ancora oggi, ma è più una visita dovuta. Come quando, in solenne silenzio, si rende omaggio ad un artista morente e alle sue opere che nessuno sarà più in grado eguagliare.

Quante volte te l’ho detto che è questa la fine che fanno quelli che si guardano troppo alle spalle, perdendosi nella dolce melanconia di un passato glorioso. Io però ho bisogno di guardare avanti, perché, mentre tu invecchi precocemente, mi sento ancora giovane e pieno di energia.

E lei… beh, è vero che non ha un decimo della tua classe, che a volte risulta volgare e incolta come solo la figlia di un umile allevatore di vacche può essere, ma è riuscita dove tu avevi fallito. La prima volta che mi sono presentato alla sua porta mi ha scrutato con curiosità, senza abbandonarsi a facili preconcetti, e mi ha messo subito alla prova.

Dici che puzza, che è una parvenu arraffona e senza scrupoli, che mi sta solo usando per colmare quel senso di inferiorità che si porta dentro da sempre e non esiterà a sbarazzarsi di me una volta che avrà ottenuto quello vuole.

Ma cosa ti fa pensare che non sarò io a piantarla alla prima occasione? E poi preferisco la sua ambizione, anche se incontrollata e potenzialmente dannosa, alla tua placida passività che non minaccia l’ecosistema, è vero, ma che trascina verso una fine lenta ed inevitabile.

Comunque non ero qui per litigare, né per tirare fuori antichi livori. Non sono uno di quelli che sventolano un fazzoletto dal finestrino del treno in partenza asciugandosi gli occhi, ma neanche uno di quelli che se ne vanno sbattendo la porta. Credo che certi addii eclatanti alla Humphrey Bogart vadano bene solo per i film, e nemmeno per tutti.

Quindi ti saluto con una stretta di mano, o, se preferisci, con un abbraccio, purché sia rapido ed indolore. Niente frasi ad effetto, nessuna promessa dell’ultimo momento. Solo la consapevolezza che io penserò a te e tu a me, fino al nostro prossimo incontro.

Be still, wild and young
Long may your innocence reign, like shells on the shore
May your limits be unknown, may your efforts be your own
If you ever feel you can’t take it anymore

(The Killers)

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