Puzhehei: giorno 3

12:20

“Dici a tutti quelli che incontri che l’orario di partenza per Kunming è anticipato alle 2 di pomeriggio” mi comunica al telefono il tarantino con la voce rotta dal sonno. É la terza volta in due giorni che sono costretto a cambiare versione riguardo il ritorno a Kunming e francamente comincio ad averne abbastanza. Quando glielo faccio presente, il tarantino non si scompone più di tanto: “Te l’ho detto che lavorare con i cinesi a questi livelli non è una passeggiata, non è proprio il loro mestiere. Tranquillo, nessuno si lamenterà: con quello che hanno pagato è già tanto se non li rimandiamo a Kunming con un calcio nel culo. Comunque ti aspetto al parcheggio del bus, vieni che mangiamo qualcosa insieme.” Sul posto trovo John Nevada, sua moglie e il tedesco col codino che suona con lui. Faccio di nuovo i complimenti per la performance di ieri sera, e John mi invita a mangiare con loro. Dopo qualche minuto arriva anche il tarantino, così prendiamo un tavolo e lo piazziamo fuori. Per la prima volta in tre giorni spunta anche il sole. Parliamo del festival, di quello che ci è piaciuto e di quello che ci piaciuto un pò meno. Siamo tutti d’accordo nel dire che la seconda serata è stata molto più intensa e coinvolgente della prima, che ci sono ancora alcune cose da mettere a punto per l’anno prossimo ma che tuttosommato è stato un buon festival. “Se pensate che fino a qualche tempo fa gli unici eventi musicali che si vedevano da queste parti erano festival di musica trandizionale, allora ci sono delle buone prospettive per i prossimi anni” sostiene il tedesco col codino. Il tarantino ne conviene: “Già, questi posti hanno un potenziale straordinario. In futuro si potrebbe pensare di organizzare un grosso evento anche due volte al mese, e con grandi risultati.” Chiedo a John quando i War Horse si esibiranno nuovamente. “Molto presto, puoi contarci bello. A maggio saremo al Laowo, e ci saranno anche quei matti degli Smegma Riot. Spero di vederti lì in prima fila, a sbatterti e roccheggiare di brutto.” Puoi scommetterci il tuo didietro che ci sarò, caro John, come faccio a perdermi un evento del genere? Finito di pranzare carichiamo la roba sul bus e ci godiamo un altro pò di sole. In quel momento scorgo in lontananza Irene e le corro incontro. “Allora? Sopravvissuta alla nottata?” Sembra stravolta. “Ho dormito due ore al massimo stanotte, non so quanto resisterò ancora.” Io le dò il cinque e le dico che è un buon segno, che significa che è andata bene. “Guarda, non lo so nemmeno io, è stata una nottata talmente stana, poi ti racconterò a Kunming.” “E perchè non sull’autobus?” le chiedo. “Beh, tanto per cominciare perchè non torno con voi. Vado con la band al loro villaggio. Lui mi ha proposto di insegnarmi a suonare il suo flauto.” Se non sapessi che è davvero un musicista, questa frase suonerebbe molto, molto ambigua. Mi tengo per me questa osservazione un pò maliziosa. “Ma… quando torni a Kunming?” le chiedo un pò frastornato. “Non lo so, ma non ho tutta questa fretta. Ah eccoli, devo andare. Ci sentiamo allora.” La guardo saltellare verso un pulmino fermo dall’altra parte della strada col motore acceso. “Ma quando andiamo a Guilin?” le urlo da dietro. Lei si ferma, si guarda l’orologio e mi urla di rimando: “Vedremo. Ti farò sapere.”

14:15

Ci siamo distribuiti in due bus per il ritorno. Loro hanno l’aria condizionata, ma noi abbiamo John Nevada, i tre Cagnacci e qualche altro gaglioffo della loro stessa risma. E per loro il festival non è affatto finito. Riprendono in mano gli “attrezzi” del mestiere e ricominciano a fare quello in cui riescono meglio: fare casino e intrattenere la gente. E in un attimo si crea un atmosfera da concerto, tutti in piedi a pestare con mani e piedi per tenere il ritmo. Improvvisamente il Cagnaccio n°2 si accorge che è finita la birra. Non c’è più benzina e bisogna assolutamente fare il pieno. Intima all’autista di fermarsi e scende di fretta, accompagnato dal Cagnaccio n°1. Li vediamo tornare dopo qualche minuto reggendo una cassa di Snow Beer. Ventiquattro bottiglie di birra da 66 che nel calore infernale del bus si trasforma in brodaglia imbevibile nel giro di una decina di minuti. Ma ben presto finisce anche la birra e qualcuno comincia ad avanzare nuove pretese di sosta. Il tarantino allora prende in mano la situazione. “Ci fermeremo ancora un’altra volta, ma fate in modo che non saremo costretti a fare altre soste. Prendete tutto quello di cui avete bisogno.” La seconda sosta si rivelerà fatale. Comincia a comparire di tutto sul pulman: fiaschette di orribile liquore cinese, birre di ogni tipo e 5 bottiglioni di vino dello Yunnan grossi come bambini. I bottiglioni iniziano a circolare pericolosamente tra i vari sedili. Sono talmente grandi e pesanti che, quando sono pieni, le ragazze hanno bisogno di aiuto per bere a canna. Il livello di follia all’interno dell’autobus cresce man mano che quantità di vino diminuisce. Dopo un paio d’ore lo stretto abitacolo è una bolgia, con gente appesa al soffitto e alle pareti. John è una maschera di sudore e rughe, ma continua a urlare e saltare come un giovincello. A nulla valgono le proteste dell’autista, che dal posto di guida intima continuamente di mettersi a sedere ognuno al proprio posto. Ad un certo punto smette anche di provarci e prosegue come se nulla fosse.

–:–

Casa. Sono di nuovo a casa. Così almeno mi sembra. Intorno a me c’è qualcosa di familiare e allo stesso tempo molte cose che non ho mai visto. Anche le facce che mi circondano non mi sono per nulla nuove, sebbene siano diverse da come me le ricordavo. Come deformate. E le loro voci, le loro voci assomigliano a mormorii indistinti e inafferrabili. Che ne è stato della Cina? Sono tornato evidentemente. Alla fine ho scelto di tornare. Quando, come, perchè, sono tutte domande a cui in questo momento non so dare risposta. Si sta bene a casa, ci si sente come protetti dalle insidie del mondo. Però mi manca quell’adrenalina di un tempo, inoltre so di avere lasciato qualcosa in sospeso. Quanto detesto lasciare le cose incompiute. Non fa parte di me. E allora perchè l’ho fatto? Mi guardo intorno in cerca di risposte. Probabilmente sono qui solamente di passaggio, in vacanza, giusto il tempo di salutare e poi ripartirò. E se non ci fosse più tempo e modo di tornare in Cina? E poi il biglietto d’aereo come lo pago? Comincio a sentirmi oppresso. È stata una stronzata, ho fatto una stronzata. Non dovevo tornare, non adesso, non così. Le figure vagamente familiari si riuniscono intorno a me formando un cerchio. Io sto al centro. Man mano il cerchio comincia a restringersi. Mi manca l’aria. Non respiro più. Che ne sarà di me?
Riapro gli occhi e in un millesimo di secondo mi torna in mente tutto. Il festival, il tarantino, i bottiglioni di vino. L’angoscia lascia al posto al sollievo: sono ancora in Cina. Di nuovo quel sogno. Era da un pò che non mi capitava di farlo, un paio di settimane forse. Sollevo lentamente la testa dal sedile e mi metto seduto. Nell’autobus regna adesso un silenzio surreale, con gente accovacciata un pò dappertutto. Di fronte a me, la moglie di Nevada accarezza dolcemente i pochi capelli del marito steso su di lei con gli occhi chiusi. “Hey sweetie, come va?” mi chiede passandomi una bottiglietta d’acqua. Io bevo avidamente e ringrazio. “Non c’è male. Come sta John?” Lei passa una mano sulla fronte del marito, imperlata di sudore. “Se la caverà, come sempre. Piuttosto Andrew mi preoccupa un pò.” Il tarantino se ne sta seduto con la testa appoggiata al sedile che ha davanti e gli occhi chiusi. Mi avvicino. Il suo respiro è lento e regolare, sta solamente dormendo. Solo in quel momento mi rendo conto che ho un’urgenza assoluta di correre al bagno. Bisogna però convincere l’autista a fermarsi per l’ennesima volta, e forse le parole non basteranno. Mi infilo le mani in tasca e ne estraggo una banconota da 100 yuan tutta stropicciata. Poi rovisto tra le bottiglie sparse qua e là sui vari sedili finchè non trovo una boccettina di liquore cinese. “Mi scusi, posso chiederle di fermarsi un attimo? C’è molta gente qui che deve andare con urgenza in bagno.” Senza staccare gli occhi dalla strada, l’autista mi risponde: “Da qui mancano solo cento chilometri.” Stringo in una mano i cento yuan e nell’altra la fiaschetta. Un ultimo tentativo diplomatico prima della corruzione vera e propria. “Cento chilometri sono davvero troppi, la prego.” Lui annuisce. “Va bene, va bene.” Dieci minuti dopo il pulman si accosta e quelli che non sono troppo devastati da non riuscire a camminare scendono lentamente e si avviano verso il bagno. “Stavi per dare dei soldi all’autista prima?” mi chiede Adam, il californiano, mentre entrambi espelliamo selvaggiamente liquidi di scarto. “È che mi sento un pò in colpa, gli abbiamo quasi demolito un autobus. E poi non deve essere piacevole guidare in quelle condizioni.” Adam si dice d’accordo con me e propone di fare una colletta per “risarcire” l’autista. Io gli rispondo che non ho alcuna intenzione di chiedere soldi a nessuno. “Tranquillo, me ne occupo io” dice risoluto abbottonandosi i pantaloni.

20:45

Rieccoci qui dunque. Esattamente da dove eravamo partiti due giorni fa. Kunming, il posto che tutti noi, chi più chi meno, stiamo imparando a chiamare “casa”. Il posto in cui fa piacere tornare, specialmente dopo weekend distruttivi come questo. Adam si avvicina a me e mi porge una mazzetta di banconote. “Sono 130 yuan in tutto.” Gli chiedo quali siano i suoi piani per il prossimo futuro. “Forse resto a Kunming per qualche altro giorno, poi vado verso nord.” Ci stringiamo la mano e ci diamo appuntamento a chissà dove e chissà quando. Ai 130 yuan aggiungo i miei stropicciati 100 e li allungo all’autista. “Questo è per ringraziarla della sua pazienza e per scusarci del nostro pessimo comportamento.” Lui mi guarda sbalordito. “Bu hao yisi” esclama scuotendo la testa. Si tratta di una frase idiomatica che i cinesi usano per esprimere imbarazzo o per scusarsi. Io però insisto finchè l’uomo non accetta. E questa è sistemata. Il mio lavoro sembrerebbe finito a questo punto. Neanche per sogno: il tarantino non dà segni di vita, se ne sta accovacciato a terra senza la forza per alzarsi. È evidente che da solo non ce la farà mai ad arrivare fino a casa. In due lo accompagniamo sottobraccio ad un taxi, poi io salgo davanto e dò al tassista l’indirizzo di casa sua. “Dove cazzo siamo?” chiede ad un certo punto, come risvegliandosi da un lungo letargo. “Ti sto portando a palazzo Principessa. Per la cronaca, quando mi hai chiesto di darti una mano, non pensavo intendessi in maniera letterale.”

21:09

Ora il tarantino riesce a reggersi in piedi da solo, e questo è già un gran risultato. Stiamo camminando nel cortile buio del suo compound, io gli porto la sacca. “Ce la fai a salire le scale da solo?” Lui annuisce e si aggrappa al corrimano. “Sai qual è il tuo problema fondamentalmente?” mi dice di punto in bianco quando siamo a metà della scalinata. “Il tuo problema è che continui a startene con una palla fuori e una dentro. Mi spiego meglio. Vedi, nella vita ci sono quelli con le palle e quelli senza palle. Chi non ha le palle, poveretto, non può farci niente. Deve accontentarsi di vivere una vita di merda, di stare sempre sotto. Ma chi ha le palle deve uscirle, tutte e due. Non può uscirne solo una. Si sta scomodi, si cammina male, e soprattutto non ti porta da nessuna parte.” Siamo arrivati alla porta e il tarantino si sta frugando le tasche in cerca delle chiavi. “E cosa avrebbe fatto in una circostanza come questa uno che, come dici tu, ha tutte e due le palle fuori? Ti avrebbe lasciato strisciare fino a casa da solo?” gli chiedo, un pò piccato e un pò divertito. “In questo caso hai fatto la cosa giusta, anzi ti ringrazio. Quando sarà il momento, capirai da te cosa fare. Comunque sei sulla buona strada.” Lo aiuto ad infilare le chiavi nella toppa e spalanco la porta. “Vattene a dormire và. E cerca di riposarti.” Scendo le scale e mi dirigo verso la fermata del bus numero 3. C’è solo una cosa che mi va veramente di fare in questo momento, a parte una bella doccia e una profonda dormita. Prendo il telefono, pigio due volte sullo schermo e mi metto in ascolto. “Pronto. Come stai? Ti sono mancato?”

“It’s times like these you learn to live again / It’s times like these you give and give again / It’s times like these you learn to love again / It’s times like these time and time again”

(Foo Fighters)

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Una risposta a “Puzhehei: giorno 3

  1. Ma che belli questi resoconti Peppe! Me li salvo. E li rileggerò nelle giornate uggiose, sorridendo di John Turturro e delle Bestie di Satana. Sei la mia spalla cinese italiana. Je t'adore. I.

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