Puzhehei: giorno 2

11:50

Mentre cammino lentamente lungo le sponde del laghetto, una leggera brezza mi provoca qualche brivido alle braccia scoperte. A differenza di Kunming, il clima è più fresco e decisamente più umido. Con la mano scosto nugoli di insetti che formano fluttuanti chiazze nere nell’aria. Mi sono alzato piuttosto presto, anche considerando l’ora in cui mi sono messo a dormire ieri sera. Quando ho aperto gli occhi e guardato l’orologio, li ho richiusi per un attimo sperando di riaddormentarmi, ma poi ho pensato che sarebbe stato un peccato sprecare tempo a letto quando fuori ad aspettarmi c’era tutto questo. Campi di riso, prati verdi, laghetti, montagne che assomigliano a colline dalla vetta arrotondata. Tutto avvolto da una leggera foschia che lo rende in qualche modo più “mistico”, che rimanda ad altri mondi e altri tempi, quando ancora l’uomo non aveva incasinato tutto con il progresso e la modernizzazione e la vita era un pò più semplice. La “Guilin dello Yunnan”, così chiamano Puzhehei. C’è sempre qualche posto che è famoso per assomigliare a qualche altro che è molto più famoso e più costoso, o semplicemente troppo lontano da raggiungere. Bruges è la Venezia del Nord ad esempio, quindi tutti i belgi, olandesi, tedeschi e francesi che non hanno soldi e tempo per andare nella vera Venezia, possono ripiegare su questa incantevole cittadina. Non è lo stesso naturalmente, ma basta per farsi un’idea. Allo stesso modo, stando qui a Puzhehei si può immaginare che aspetto abbia la tanto osannata Guilin. Pensare che fino a qualche anno fa questo posto non era che un remoto villaggio sconosciuto ai più. Poi, come succede spesso in questi casi, qualcuno si è reso conto che ci si potevano fare dei bei soldi e si sono messi in moto i classici meccanismi politico – imprenditoriali. Risultato: alberghetti, musei, grotte buddiste a pagamento, negozietti per turisti, folkrositici carretti trainati da scattanti cavalli che fanno la spola da una parte all’altra del villaggio. “Guarda qui” mi ha detto il tarantino un paio di settimane fa mostrandomi una foto di Puzhehei, “Ora immagina un festival musicale in questo posto. Tredici band cinesi e internazionali, nove dj. Due giorni, più di venti ore di musica non-stop. Quelli dell’organizzazione mi hanno contattato per la promozione a Kunming e per la vendita dei biglietti, ma da solo non posso fare tutto. Ci sei dentro?” C’ero eccome. Ci siamo messi all’opera immediatamente. Avevamo meno di due settimane per fare un lavoro che di norma avrebbe richiesto almeno il doppio del tempo: spargere dei poster per tutta la città, stampare dei biglietti e creare dei punti vendita, inondare i siti più visitati con pubblicità e informazioni sul concerto. E non è andata poi così male: ieri mattina un pullman pieno di stranieri fuori di testa pronti a roccheggiare è partito da Kunming alla volta di Puzhehei.
Arrivato alla fine della stradina mi rendo conto che è ora di pranzo e comincio ad avere fame. Prima però devo chiamare Irene. A quest’ora sarà già su un pulman diretta a Guilin, quella vera. Mi risponde al quinto squillo con una voce tutt’altro che arzilla. Le chiedo dove sia. “Ancora alla stazione di Puzhehei. Mi sa che non parto pe.” Le chiedo se è successo qualcosa. “Niente di grave. Avevo fatto male i miei calcoli e da qui sono in tutto più di sedici ore di pulman. Comunque tra un pò torno all’hotel. Mangiamo qualcosa insieme?”

13:10

Irene è pugliese, proprio come Giovanna e il tarantino, ma di pugliese le è rimasto ben poco. Sarà che vive a Bologna da quando ha cominciato l’università, sarà che alcune persone si adattano velocemente a nuovi stili di vita, cambiano accento e modi di fare nel giro di qualche anno. Alcune volte quando parla cinese mi sembra quasi di cogliere vaghe inflessioni emiliane nella sua voce. Chissà quanto sono cambiato io dopo 6 anni vissuti vicino Napoli. “Hai chiamato i tuoi amici?” le chiedo quando sui nostri vassoi è rimasto solo un pò di riso appicicaticcio e qualche foglia di insalata. “Lasciamo perdere, non sapevo proprio come dirglielo. Cavolo, io a Guilin ci volevo proprio andare però.” Le dovrei dire che non si può avere tutto dalla vita, che spesso una cosa esclude l’altra e bisogna accettare che ogni scelta comporta per forza una rinuncia. Invece le dico: “Senti, ti prometto che ci andremo insieme, va bene?” Lei sgrana quei suoi limpidi occhi chiari e poi mi sorride con la dolcezza di sempre. “Alcuni dicono che sia il posto più bello di tutta la Cina. Non te ne pentirai. Allora quando partiamo?” Io guardo l’orologio, come faccio di solito quando qualcuno mi chiede di stabilire una data. Prima che possa rispondere con una di quelle frasi di circostanza tipo “Poi si vedrà” oppure “Ti farò sapere”, un gruppo di ragazzi che sono partiti con noi da Kunming ieri mattina si avvicina a noi. “Ci andiamo a fare un giro qui intorno, volete aggiungervi?”

20:30

È stata una bella giornata. In nove ce ne siamo andati per le campagne di Puzhehei, abbiamo visitato una grotta piena di statue della divinità buddista Guanyin e abbiamo chiuso in bellezza con una tavola imbandita di ogni prelibatezza e della dissetante Snow Beer. Ora siamo di nuovo sotto al palco, pronti ad andare un pò fuori di testa. Io non mi aspetto granchè, ma so che peggio di ieri sera non si può fare. O forse sì. Intorno a noi si ripetono le stesse scene della prima serata: cordoni di poliziotti che circondano il perimetro, le coreografie “acquatiche” nel laghetto, la penuria di cibo e i chioschetti che vendono solo ed esclusivamente Snow Beer. Il tarantino si aggira tra la folla salutando tutti, compresi vecchi e bambini, con quella sua inconfondibile faccia di culo e quel sorriso a cinquataquattro denti di berlusconiana memoria. Non appena mi vede, mi fa un cenno e si avvicina a me. “Bella pe, com’è andata la giornata? Visto che posto? Oh, stasera sarà spettacolo puro. Ho visto il sound check nel pomeriggio e alcune band spaccano. E poi c’è il grande John Nevada. Un pò di birra?” Prendo la birra e mi limito ad un lapidario: “Bella storia fratello.” Ora che faccio parte dell’establishment musicale e culturale di Kunming, devo esprimermi con un linguaggio appropriato.

22:10

Come molti profani del reggae, ho sempre considerato questo genere musicale ripetitivo e anche un pò ammorbante. Qualcuno direbbe che non ho mai cercato di comprenderne il senso più profondo, che non ne ho mai analizzato con attenzione l’origine e la “raison d’être”, che non ho il senso del ritmo, che nutro dei pregiudizi nemmeno troppo latenti nei confronti di quei fricchettoni che parlano di libertà e lotta al sistema solo per riempire il vuoto della loro vita senza scopo. Tutte cose vere per carità. Ma che ci posso fare? Del resto, quando una cosa non ti prende c’è ben poco da fare. L’ultima volta che, a mia insaputa, sono stato trascinato ad una serata reggae, è stata una vera fatica arrivare indenne all’ultima canzone. E dire che ho provato a starci dentro almeno un pò: mi sono tolto la giacca, mi sono arrotolato le maniche della camicia, mi sono allentato la cintura e abbassato i pantaloni un pò più sotto della vita. Poi ho cominciato ad ondeggiare lentamente al ritmo compassato e monotono della musica. Niente. Dopo un pò ho dovuto smettere per paura di addormentarmi in mezzo alla pista. Un curioso caso di narcolessia musicale, si direbbe. Stasera per un attimo ho temuto sarebbe successo lo stesso. Appena Laohan e i suoi compari sono saliti sul palco con i loro vestiti verdi e gli inconfondibili richiami alla “cultura” della cannabis, ho pensato: “Ci siamo, adesso mi tocca sorbirmi questi quattro rastafari, perdipiù cinesi. E questo schifo di birra di certo non mi salverà dall’inevitabile sopore.” E invece i ragazzi non se la cavano affatto male. Sarà che c’è davvero una bella atmosfera, con gli stranieri e i cinesi a ballare fianco a fianco e passarsi le can… ehm, le bottiglie di birra. Laohan porta con orgoglio i segni della sua appartenenza ad una delle tante minoranze etniche stanziate in queste zone della Cina: carnagione scurissima, fisico slanciato, occhi bene aperti sul mondo. Ogni volta che si esibisce si passa una crema bianca sulle gote, come una sorta di segno di riconoscimento. “Mei you wenti” canta dal palco alzando il pugno, “nessun problema”, e noi solleviamo i calici perchè non potremmo essere più d’accordo con lui.

23:30

Il momento che molti stavano aspettando è arrivato. Quando John Nevada sbuca dalla coltre di fumo che si è improvvisamente abbassata sul palco, è il tripudio. L’immancabile cappello bianco abbassato sugli occhi, la chitarra pronta a sputare elettrizzanti note blues e la camicia che fa un pò “western”: John è vero animale da palcoscenico, uno che potrebbe stare lì anche senza cantare e attirerebbe lo stesso l’attenzione. Ma John canta eccome. Lo fa con un’energia inconcepibile alla luce dei suoi sessant’anni suonati. Al suo fianco, un tedesco col codino alla chitarra e seconda voce e il Cagnaccio n°3, alias “Appicciafuoco”, che suona la fisarmonica, oltre ad un batterista e ad un altro chitarrista. Puro intrattenimento e stile inimitabile: questi sono i “War horse”. Un blues impreziosito dagli assoli dei talentuosi musicisti e, naturalmente, dalla potente presenza scenica di John. Che sembra animato da uno spirito immortale e guerrigliero, come un generale che ha calcato il campo di battaglia da una vita più o meno e non ha alcuna intenzione di ritirarsi perchè l’acre odore di sangue e polvere gli mancherebbe troppo. Dopo una quarantina minuti di puro delirio, John si esibisce nel suo “cavallo di battaglia”, ovvero: “Don’t you know I love you baby”. Al termine della canzone, gettata la chitarra a terra, trascina sul palco sua moglie, una donna australiana incontrata a Kunming una decina di anni prima e poi sposata a Lijiang, e la bacia con passione, in uno scrosciare assordante di applausi e urla. Poi saluta con un rapido cenno e si avvia dietro le quinte senza troppe cerimonie. Io mi muovo di scatto e mi faccio largo tra la folla verso il backstage. Sento Irene chiedermi da dietro: “Dove vai?”
“Devo stringere la mano a John” urlo di rimando scomparendo tra la folla.

00:15

Ultima band. Last but not least, come direbbero in Inghilterra. Eh già perchè questi quattro cinesi vestiti tutti di scuro ci sanno proprio fare. Il loro è un punk rock duro e allo stesso divertente, che ricorda, seppur con le debite differenze, nientepopodimeno che i leggendari Clash. Mentre sono lì che muovo la testa su e giù e salto come un ossesso, cominciano a circolare voci incontrollate tra la folla che parlano di un after-party alla “barca” particolarmente gagliardo, una cosa da film americano. Qualcuno ha detto che la “barca” questa sera prenderà veramente il largo con tutto quello che ci sarà sopra, Dj, impianto audio e alcol compresi, e che farà ritorno in albergo solamente l’indomani mattina. “Vorrei sapere chi ha messo in giro queste stronzate” mormora Irene prendendo fiato. “Io un’idea ce l’avrei” le rispondo. Cerco con lo sguardo il tarantino e, non appena lo individuo, mi avvicino a lui. “Lo sai che non si tratta di una barca vera e che non prenderà mai il largo, vero?” gli chiedo mettendogli una mano sulla spalla, come se stessi parlando ad un pazzo che va dicendo in giro che la Terra è piatta e che lui ne è il Creatore. Andrea sorride e mi guarda con una specie di compatimento. “Allora non hai ancora capito qual è lo scopo del mio lavoro. Vedi, io non organizzo solamente eventi, io faccio di più. Io agisco direttamente sulla vita delle persone: creo nuovi sogni e faccio di tutto per realizzarli. A volte ci riesco, altre volte no. Ma non fa niente, perchè vedi, io dò loro un motivo per alzarsi la mattina, un motivo per prendere la loro insulsa giornata e farne qualcosa di più grande, costruirci sopra un intero mondo. Io dò loro una ragione per andare avanti e non smettere mai di divertirsi. È questo quello che faccio. Ne devi fare ancora di strada, ma col tempo capirai.” E detto questo, mi batte una pacca sul braccio e se ne va, lasciandomi solo a chiedermi di cosa diavolo stesse parlando.

02:20

La “barca” non si è mossa di un solo millimetro, ma nessuno sembra essersene accorto. Probabilmente qualcuno è talmente fuori che pensa di essere su uno yacht pieno di pupe da sballo al largo della costa di Miami, Florida. Ma tutto sommato l’after-party può dirsi riuscito, del resto è proprio così che deve essere: gente ubriaca, musica techno assordante, una gran quantità di can… ehm di bottiglie di birra. Se questa è la tipologia di “sogni” che Andrea ha intenzione di realizzare, non credo avrà troppi problemi nel riuscirci. Quanto a me, il mio “sballometro” mi avverte che sono arrivato al limite, che ho bisogno di abbassare i decibel e tornare alla realtà. Attraverso barcollante il pontile e in un attimo sono di nuovo sulla terraferma. Mi allontano velocemente finchè la musica non è che un indistinto e lotano ronzio. Sono in quella fase della sbornia in cui senti che tutti i problemi della tua vita stanno per ripiombarti addosso più pesanti di prima. A questo punto ci sono solo due cose da fare: ricominciare a bere o andarsene a letto. Il solo pensiero di ingurgitare altra birra mi provoca un conato, così prendo la via della mia camera. Non sarà molto rock andare a letto alle 2 e mezza, ma è sicuramente molto più salutare. Sto camminando a testa bassa e con le mani in tasca, quando sento una voce chiamarmi da dietro: “Peppe!”. Mi volto e mi rendo conto che di fronte a me c’è l’unica persona con cui mi piacerebbe passare del tempo in questo momento. Irene. Prima che possa chiederle dove si fosse andata a cacciare, lei mi fa tutta contenta: “Non puoi immaginare cosa mi è successo. Ti ricordi i tipi di ieri che suonavano un misto di musica etnica ed elettronica? Mah sì, quel gruppo cinese con quel flautista molto sexy? Ricordi? Beh, ho incontrato il flautista, così per caso. Ci siamo messi a parlare del più e del meno e poi lui mi ha invitata a mangiare qualcosa con gli altri membri della band. Hanno attrezzato un barbecue sul prato e mi hanno offerto un liquore di riso pesantissimo. Infatti mi gira anche la testa, oddio. Ora sto tornando lì da loro. Una figata. Tu che fai? Te ne vai a letto?” Io annuisco. “Ma non ci pensare proprio. Vieni anche tu dai. Guarda, è davvero una figata.” Ci penso su un attimo e poi accetto. Mah sì, in fondo sembra il modo più degno per concludere la serata. Ci addentriamo nel prato privo di luci e li troviamo tutti intorno ad un fuoco ad arrostire verdura, tofu e carne. Non appena Irene mi presenta, vengo travolto da piatti di cibo e bicchieri di liquore di riso. Un vero stura-intestino. C’è anche il russo, il front-man della band, che nasconde la sua capigliatura con un cappuccio e parla un cinese e un inglese tutti suoi. Il flautista ci racconta che esibirsi ai concerti con la band è solo uno dei tre lavori che fa abitualmente. Un altro è andare a cantare smielate canzoni pop in un localetto del suo villaggio e infine il terzo, che poi sarebbe il primo in ordine di importanza, è quello di fare poliziotto. Irene mi guarda allibita e mi chiede se ho capito anch’io “poliziotto”. Chiedo conferma al flautista e lui annuisce. “Perchè? È un lavoro come un altro. Inoltre guadagno molto di più che facendo musica. Quella è più che altro una passione.” Gli domandiamo come fa con quei suoi lunghissimi capelli e i tatuaggi che coprono il suo corpo quasi per metà. “Per i tatuaggi è semplice: basta indossare la divisa, che lascia scoperto solo il collo, le mani e la faccia. Anche per i capelli non ho nessun problema: li raccolgo tutti in una crocchia e metto un parrocchino.” Certo, che stupidi, è così semplice. Dopo il quarto “assaggio” di arrosticini, decido che è davvero ora di andare. “Io resto ancora un pò” dice Irene. “Non avevo dubbi” le rispondo accarezzandole i corti capelli biondi. Saluto tutti e li ringrazio per l’ospitalità, invitandoli a chiamarmi quando passano da Kunming per qualche concerto. Poi torno sui miei passi, questa volta veramente soddisfatto.
“Grandissimo festival” penso entrando in camera.

“Here comes Johnny with the power and the glory / Backbeat the talkin’ blues / He got the action, he got the motion / Oh Yeah the boy can play / Dedication devotion / Turning all the night time into the day”

(Dire Straits)

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