Puzhehei: giorno 1

7:30

L’autista del taxi si guarda intorno un pò spaesato, poi, rassegnato, fa una chiamata e comincia a parlare un mandarino orribile ed incomprensibile. Sembra stanco e confuso, probabilmente la sua giornata non è cominciata da poco. Io da dietro gli faccio segno di andare sempre dritto, che la strada la conosco e posso guidarlo, ma lui solleva una mano e continua a parlare. Sta cercando di capire come arrivare rapidamente al Laba bar e liberarsi dell’ennesimo scocciatore che ha avuto la sfortuna di rimorchiare, ma il suo compare dall’altra parte non sembra essere di grande aiuto. Dopo qualche minuto saluta e stacca la chiamata. “Ti ho detto che so come arrivarci” gli faccio da dietro, un pò seccato. Lui fa finta di non sentire e tira dritto. “La prossima a destra” gli suggerisco dopo un pò. Senza dire una sola parola, fa esattamente come gli ho detto e poi accosta. “Voi stranieri questi posti li conoscete tutti, vero?” sogghigna contando i soldi. Faccio per rispondergli ma il telefono comincia a vibrarmi dalla tasca dei jeans. È il tarantino. “Sei arrivato?” Scendo dal taxi e mi avvio verso il Laba. “Appena adesso. Ma non vedo nessuno, è ancora troppo presto”. “Gli stronzi se la prendono comoda. Vai lì e aspetta. Se partite con una mezzoretta di ritardo non fa niente. Cerca di non fare casini con i nomi mi raccomando. Se ci sono grane, chiamami subito.”
Davanti all’ingresso del locale ci siamo solo io e una cinesina con una macchina fotografica appesa al collo e un grosso zaino sulle spalle. Le chiedo se sta aspettando il pulman per Puzhehei e lei mi risponde di sì. Poi tiro fuori la lista. Io sono quello della lista.

9:45

Il foglietto di carta è tutto stropicciato e anche un pò strappato. Avrei dovuto farne una copia, penso maledicendo la mia sbadataggine. Me lo rigiro tra le mani, mentre il pulman imbocca l’autostrada e si allontana rapidamente da Kunming. Scorro la lista per l’ennesima volta per appurare di aver calcolato bene, di non aver tralasciato nessuno. Soprattutto, riconto i soldi che ho in tasca, una mazzetta arrotolata di 50 e 100 yuan. I conti tornano. Mi abbandono sul sedile e chiudo gli occhi, stremato. Non sono nemmeno le 10 e ho già le pile scariche. Mi consolo pensando di aver fatto il grosso del lavoro senza troppi intoppi. Ora devo avvisare il tarantino. “Ottimo. Ci sono tutti?” mi chiede sbadigliando. Mi guardo intorno. Molti dei 40 ragazzi seduti sul pulman hanno delle facce conosciute. Basta andare a Kundu il sabato sera per incontrarli. “Ne mancano due, i loro amici hanno detto che non vengono. Com’è il tempo lì?”, “Non c’è il sole, sembra quasi che voglia piovere. Ah, se ti chiedono a che ora arrivate, digli che ci vogliono almeno 6 ore. A proposito, ci sono anche i tre cagnacci?” I “tre cagnacci” sono tre canadesi dall’aspetto bestiale che vivono a Kunming da un’eternità più o meno. Come Lucio e Eddy, anche loro hanno fondato una punk band, dall’emblematico nome: Gouride (in cinese, “figli di un cane”). Come riferisce Lucio nel suo libro, si sono scelti i seguenti, a dir poco stravaganti nomi d’arte: Stronzone, Merdaccia e Appiciafuoco. Per me e per il tarantino sono semplicemente i “tre cagnacci”. “Sì, ci sono. Ma sembrano tranquilli per adesso.” Sento il tarantino scoppiare in una fragorosa risata. “Aspetta che gli passi il sonno.”

11:25

Il Cagnaccio n°1, decisamente il più aggressivo e animalesco dei tre, ha tirato fuori una chitarra e ha attaccato con un pò di buon country, seguito a ruota da altri tre o quattro manigoldi. Ha i capelli biondicci rasati ai lati, i dreds che scendono lungo il collo e la bocca contorta in un ghigno sadico che lascia scoperti i denti gialli di nicotina. “Quindi tu e il tuo socio di cosa vi occupate di preciso?” mi chiede Adam, un americano di San Francisco in giro per l’Asia orientale. “Non è il mio socio, gli dò soltanto una mano” ci tengo a precisare. “Essenzialmente si occupa di organizzazione e promozione di eventi, roba del genere.” Il californiano mi chiede se siamo tra gli organizzatori del festival al quale stiamo andando, e io gli rispondo di no, che abbiamo solo venduto i biglietti e organizzato i pulman. Ha viaggiato tra Tailandia, Vietnam, Cambogia e Laos per più di un mese. La scorsa settimana è finalmente approdato nel “Regno di Mezzo”, e ci resterà più tempo possibile. Quanto? Chi lo sa. Ci sono troppe cose da vedere ed ha già cambiato l’itinerario un sacco di volte. Probabilmente risalirà fino al Xinjiang, arriverà in Mongolia e infine Beijing. “Non ho visto ancora molto, ma la Cina mi sembra un posto pazzesco. Voglio dire, basta camminare per la strada di una qualsiasi città per capire che qui sta succedendo qualcosa di straordinario. È senza dubbio il posto più eccitante dove vivere in questo momento, e dovete considerarvi fortunati ad esserci.” Non potrei essere più d’accordo. Poi parliamo dell’America, quella immaginata e quella reale, dei suoi miti e della sua decadenza. E della California, dei suoi vini e delle sue spiaggie. Alla fatidica domanda: “Las Vegas o Atlantic City?”, lui non ha un nemmeno un attimo di esitazione. “Vegas forever, man!” Sì, un pò gli manca lo Zio Sam, ma per adesso di tornare a casa non se parla. “Il mio piano è non avere un piano.” Sembra che di questi tempi sia la scelta più saggia.

16:45

Lo Yunnan è un posto incredibile. Ai tempi del “Celeste Impero” l’Imperatore vi confinava i nemici e i gli oppositori politici. Era lontano e difficile da raggiungere lo Yunnan, con i suoi alti monti e la mancanza di grandi corsi d’acqua che facilitassero le comunicazioni. Oggi i suoi villaggi, ormai diventate vere e proprie città, sono ambite mete turistiche, specialmente per i cinesi delle grandi metropoli dall’aria irrespirabile e dal clima insostenibile. Puzhehei è soltanto l’ultima rivelazione di una provincia in rapida espansione. Almeno questo è ciò che si evince dalle “quattro A” che l’Ufficio Nazionale del Turismo ha generosamente elargito a questa cittadina, che solo fino ad una decina di anni fa era un villaggio semisconosciuto e isolato e adesso è celebrata come la “Guilin dello Yunnan”.
Quando il pulman si ferma nei pressi dell’hotel, mi rendo conto che, quasi senza accorgermene, sono finito in un vero e proprio paradiso. Ho appena il tempo di elaborare questo pensiero, che è già ora di rimettersi al lavoro. Per fortuna non dovrò fare tutto da solo: in lontananza vedo il tarantino venirci incontro, la sigaretta tra le labbra e l’immancabile cappello dal quale sbucano i folti capelli castani. “Fratello digli a questi stronzi di uscire i passaporti e mettersi in fila che non abbiamo tanto tempo. Tra un’oretta dobbiamo essere tutti sul pulman per andare al festival.” Lavorare con i cinesi non è semplice. Il tarantino me l’ha già detto e ripetuto, e oggi ho l’opportunità di constatarlo di persona: le receptionist dell’albergo dicono di non sapere niente del presunto “accordo” tra il tarantino e gli organizzatori del festival. Ma Andrea non perde la calma neanche un momento, fa un paio di chiamate, parla con un paio di persone e in un attimo il problema è risolto. “Sei sicuro di non aver mai studiato cinese in Italia?” gli chiedo battendogli una pacca sulla spalla. Lui si accende la decima sigaretta in venti minuti. “Io davvero non so come fanno a capirmi questi. A volte non mi capisco nemmeno io.”

18:30

Il palco è stato montato su una vasta area pedonale che si affaccia su uno dei tanti laghetti di Puzhehei. Di fronte c’è anche una montagnetta dalla cima arrotondata che i fari al neon illuminano a tratti, facendola apparire e scomparire. Due cose mi colpiscono immediatamente. La prima è la folta presenza di anziani e bambini che premono sulle transenne che delimitano l’area del concerto, incuriositi da questo strano evento a cui non avevano mai assistito prima. La seconda riguarda il dispiegamento massiccio di forze dell’ordine che è stato approntato dalle autorità per mantenere l’ordine e la sicurezza. I poliziotti sono ovunque, circondano il perimetro con i manganelli, tanto che sembra di stare ad un comizio politico piuttosto che ad un concerto. Appena arriviamo un uomo sta parlando dal palco, leggendo da un fogliettino che tiene in mano. Dal modo in cui è vestito e dalla sua parlantina deve trattarsi di un politico. Irene mi sta di fianco. Da quando Michela e Giovanna sono andate via, è lei il mio punto di riferimento a Kunming. Ci fanno passare tra la folla che assedia il cancello di ingresso. In un attimo siamo dentro. Il senso di disagio cresce. I poliziotti sono anche qui e formano una barriera invalicabile per impedire agli spettatori di avvicinarsi troppo al palco. Delle transenne e qualche buttafuori non sarebbero stati altrettanto utili e meno intimidatori? Mentre il politico continua il suo discorso di circostanza, ringraziando questo e quello, elogiando le bellezze naturistiche di Puzhehei e dello Yunnan, ho una terza, amarissima, sopresa: non ci sono stand di cibo. Non che mi aspettassi i devastanti panini con salsiccia e melanzane di cui si fa incetta dalle nostre parti, ma almeno un pò di riso in bianco. Ci guardiamo intorno desolati, mentre lo stomaco brontola rumorosamente. Solo qualche chioschetto che vende Snow Beer, una bevanda disgustosa a cui dovremo, volente o nolente, abituarci dato che sembra sia l’unica ad essere venduta da queste parti. Cominciano a circolare voci incontrollate secondo cui all’esterno dell’area del concerto ci sarebbero dei chioschetti di patate fritte e arrosticini vari. Ci fiondiamo all’istante, lasciando il politico alle sue manfrine. Il posto in questione esiste davvero, ma più che un chioschetto trattasi di squallida bancarella. Il friggitore ci guarda in faccia e poi mormora: “10 kuai”. Una cifra a dir poco spropositata per una porzioncina di patate. Tra di noi c’è anche una ragazza cinese dai capelli biondi tinti di nome Lele (che in cinese significa letteralmente “felice felice”), che non esita a contestare il clamoroso tentativo di estorsione da parte del friggitore. “Stai scherzando spero. Non te ne diamo più di 5 per una porzione di patate” dice ridendo. Il friggitore non batte ciglio e comincia a preparare le porzioni. “E faccele ben cotte.” Mi sembra di conoscerla da tempo questa Lele. Anche di lei ho letto nel fantastico libro di Lucio, e precisamente nel capitolo 64, “Il grande colpo degli Smegma Riot”, quando i nostri cinque eroi fanno tappa a Chengdu e incontrano questa ragazzetta dai modi risoluti e furbetti. Lucio ne elogiava in particolare le protuberanze mammarie, insospettabilmente abbondanti e sode trattandosi di una cinese. Una decina di minuti più tardi siamo già sotto al palco, pronti a roccheggiare come Dio comanda. Il politico saluta e ringrazia, poi dal laghetto comincia una spettacolare coreografia di fontane e luci. Tutto troppo pomposo e autocelebrativo per i miei gusti, decisamente non rock. Poi cominciano le esibizioni.

21:40

Quanto tempo è passato? Guardo l’orologio e, sgomento, constato che queste tre ore sembrano essere durate un’eternità. Chiedo a Irene se anche per lei è così, e lei annuisce. Probabilmente è per via del livello mediocre delle band, molte delle quali cinesi. Una di queste era composta da quattro ragazzini vestiti come dei fighetti e dai tagli di capelli improbabili. “Veniamo da Pechino ma sicuramente in molti ci conoscete anche qui nello Yunnan”, così si è presentato il frontman, prima di attaccare con un pop molto “cheap” e “cheesy”. Che il pubblico cinese ha dimostrato di apprezzare comunque, sebbene la cosa non mi abbia sopreso più tanto. Ad un certo punto il frontman ha cominciato a lanciare tra la folla cd autografati, ed è stato il delirio tra le ragazzine. “Con questa canzone vi lasciamo. È un pezzo molto romantico e anche un pò triste, quindi stringete la mano della vostra ragazza o del vostro ragazzo se ce l’avete. Se non ce l’avete, questo è il momento giusto per conoscere qualcuno.” Speravo di aver capito male, ma Irene, anche lei sbalordita, ha confermato tutto. Poi è stata la volta di una band che suonava un hard rock reso particolare dall’interpretazione lirica del cantante. Una cosa mai sentita prima, per ovvie ragioni aggiungerei. Adesso sul palco ci sono cinque omoni che sbattono i pugni su dei tamburi cercando di cavarne un ritmo orecchiabile e ballabile. Tutto il resto è noia.

22:35

Finalmente è successo: qualcuno su quel quel palco è riuscito a stupirmi. E non poteva che essere una band cosiddetta “etnica”, una di quelle con strumenti musicali e abiti che, con un certo grado di approssimazione, si potrebbero definire tradizionali. Sono tutti cinesi tranne il cantante, che ha dei lineamenti caucasici ma canta in una lingua che assomiglia al mandarino. Irene è particolarmente impressionata dal flautista, un tipo dalla carnagione scura e dai lunghissimi capelli castano chiaro che scendono lungo la schiena fino ai fianchi. Durante la performance, un ragazzo vestito completamente di nero si fa sotto al palco e comincia una sua personale esibizione da artista di strada, con torce e cerchi fiammeggianti. Mi avvicino per vedere meglio e in quel momento scopro che il tipo che sta letteralmente “scherzando con il fuoco” altri non è che il californiano Adam.

23:10

Quando un concerto comincia presto, è inevitabile che finisca altrettanto prematuramente. Se poi ci si mette anche la pioggia, allora è proprio il caso di levare le tende. Ma il tarantino non è il tipo da far concludere una festa prima di mezzanotte. “Spargi in giro la voce che c’è un after-party alla barca” mi dice prima di correre verso gli autobus. La “barca” altro non è che una struttura della forma di un’imbarcazione a due piani sospesa sull’acqua a cui si accede tramite uno stretto pontile. Si trova di fronte al ristorante del nostro albergo, quindi è il caso di montare tutti sul pulman e tornare da quelle parti. Irene è ancora sconvolta dall’esibizione del gruppo etnico. “Per caso Andrea ti ha detto di dove sono e se suonano anche domani?” mi chiede mentre andiamo verso il pulman che ci riporta in hotel. Io scuoto la testa. “Allora hai deciso di partire domattina?” le domando ingollando l’ultimo sorso della mia Snow Beer. “Sì, i miei amici mi aspettano a Guilin. Spero non ci saranno problemi ad arrivare fin lì da Puzhehei.” Il pulman ha già il motore acceso ed è pronto a partire. Le chiedo se non ci sia proprio niente che possa convincerla a restare. “Al momento no” è la sua secca risposta.

00:30

L’after party sulla barca non è stato proprio un fiasco, ma si poteva fare di meglio. Fortunatamente in occasioni come questa c’è sempre un diversivo rock all’assordante musica tecno. I tre cagnacci al completo si sono impossessati della reception e hanno improvvisato un bel concerto. Il Cagnaccio n°1 ha ripreso in mano la chitarra, accompagnato dal Cagnaccio n°2 al violoncello. Quanto al Cagnaccio n°3, beh è talmente ubriaco da riuscire a suonare qualsiasi cosa: sedie, tavoli e persino esseri umani. C’è anche il mitico John Nevada, un americano di oltre 60 anni dallo spirito indomabile e dall’anima blues. Un altro dei personaggi “storici” di Kunming, uno di quelli su cui varrebbe la pena scrivere un libro, forse più di uno. La prima volta che l’ho visto mi trovavo a Kunming da meno di un mese. Ero al “The Box” con Michela, e ricordo questo tipo perennemente ubriaco che saliva e scendeva abbracciando tutti, con in testa un cappello bianco che nascondeva quel che rimaneva di una chioma un tempo bionda e folta. Il locale stava per chiudere, ma lui pretendeva un ultima bottiglia di Assenzio. Sarebbe stato disposto a pagare anche 100 yuan per una dannata bottiglia, ma Franca, la proprietaria del “The Box”, fu irremovibile e John dovette accontentarsi di una birra. Domani sera sarà sul palco insieme al suo gruppo, i “War Horse”, e se ne vedranno delle belle.
La voce del tarantino mi riporta alla realtà. “Allora, che te ne pare?” Gli rispondo che è una figata, semplicemente una gran figata. Lui sorride e mi passa una Snow Beer bella gelata. “Ora hai capito perchè ho scelto questo lavoro?”

“Glory days well they’ll pass you by / Glory days in the wink of a young girl’s eye / Glory days, glory days” (Bruce Springsteen)

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