Lunga vita agli Smegma Riot !

Del 2004 non ricordo niente, nemmeno le cose più importanti. Non ricordo chi vinse il campionato, chi trionfò a Sanremo, se ci furono gli Europei o i Mondiali e dove si tennero, chi era al governo e come ci era arrivato. Tutto rimosso, cestinato, rinchiuso nei recessi più remoti della mia mente. Non era certo un periodo esaltante della mia vita del resto. Mi avviavo stancamente verso una dubbia maturità e il mio futuro era avvolto da una nube di incertezza. Come quasi tutti i miei coetanei, sapevo solo che volevo o dovevo andarmene dallo Stretto di Scilla e Cariddi, dal Regno della Sopraffazione, dal Paradiso Abbandonato. In quello stesso anno, mentre mi arrovellavo il cervello in cerca di risposte e mandavo al diavolo la mia adolescenza, Lucio approdava nel Regno di Mezzo alla soglia dei 30 anni. A quei tempi della Cina si parlava molto meno che adesso, il che era un bene probabilmente, e quelli che ci andavano a studiare o in cerca di lavoro erano ancora considerati dei pionieri. Non so se Lucio pensasse a sè stesso in questi termini. L’idea gli era venuta in un pomeriggio come tanti altri, nella noia della routine universitaria, magari proprio mentre preparava uno degli ultimi esami di lingua cinese. Mi sembra di sentire la sua voce mentre dice ad Eddy, il compagno di una vita, qualcosa come: “Perchè non ce ne andiamo Cina e fondiamo un gruppo punk? Diventiamo famosi e ricchi e ci sbattiamo tante belle cinesine. Possiamo cominciare con dei pezzi dei CCCP e dire che sono i nostri. Tanto chi cazzo li conosce i CCCP in Cina.” Eddy, che era matto quasi quanto lui, non ci pensò un attimo. Chissà se Lucio credeva veramente di poter sfondare in Cina, in un genere musicale peraltro ancora semisconosciuto da quelle parti, o se stava solo cercando di superare a modo suo l’inevitabile crisi post-universitaria. Sta di fatto che prese e partì, accompagnato dal fedelissimo Eddy. Scelse di cominciare da Kunming, una città della Cina sud-occidentale in piena espansione ma ancora un po’ provinciale. I nostri due eroi non fecero fatica a trovare altri tre sfaccendati che credessero nel folle progetto a tal punto da voler esserne parte. Uno di loro era uno svitato e arrogante suonatore di bossa nova dai riccioli rossi, l’altro un chitarrista romanaccio dai lunghi capelli corvini e infine c’era un bellissimo ragazzo americano che, per oscuri motivi, aveva interrotto la sua promettente carriera di modello e si era messo a studiare il mandarino e a suonare la batteria. Erano nati gli Smegma Riot. Le prime divergenze interne sorsero quando Lucio manifestò la sua intenzione di fare del punk “impegnato”. “Impegnato in cosa?” gli chiese il romanaccio. I cinque si guardarono negli occhi e capirono in un istante che gente come loro non poteva mettere su niente di serio, artistico e professionale. Gli Smegma sarebbero state bestie da palcoscenico, avrebbero incarnato l’anima più pura e anarchica del punk. Del resto Lucio e Eddy erano tutt’altro che usignoli. Sul palco non potevano far altro che urlare a squarciagola e sbattersi come dannati e già a metà concerto erano senza voce. Il diaframma non sapevano nemmeno dove fosse collocato, figuriamoci se sapessero come usarlo. Cominciarono ad esibirsi e a riunire intorno a sè sempre più accoliti, per la maggior parte ubriaconi e vagabondi della loro stessa risma. Passarono così intere settimane, che poi diventarono mesi, che infine diventarono anni. Tre per la precisione. Ma gli Smegma ancora non avevano preso il volo. Il progetto di Lucio di diventare ricco e famoso nel giro di qualche mese, un anno al massimo, era andato a farsi benedire, e questo lo faceva incazzare parecchio. Bisognava inventarsi qualcosa di sensazionale e assurdo. Un’idea folle cominciò a prendere vita nella sua testa. Quando rivelò a Eddy, che intanto era diventato uno stimato manager senza però rinunciare alla sua vocazione punk, la sua intenzione di organizzare un tour di tre settimane in tutta la Cina, l’amico fidato si accarezzò la barbetta meditabondo e poi urlò trionfante: “ma certo! E lo chiameremo “La Lunga Marcia Tour”, come la ritirata militare dell’esercito di Mao del ’34”.
Nel 2007 ero al secondo anno di università. Me la passavo un pò meglio rispetto a tre anni prima, ma la mia vita a ancora lontana da una vera e decisa svolta. Per i motivi più svariati, primo fra tutti la mancanza di alternative valide, anch’io come tanti avevo scelto di studiare la “lingua del futuro”, che di lì a poco si sarebbe trasformata in quella del presente, ma a quei tempi non avevo ancora capito bene in quale guaio mi ero andato a ficcare. Ero ancora nella fase: “ma come è interessante questa lingua, ma come è esotica questa lingua, ma come è utile questa lingua”, e incameravo con orgoglio gli sguardi allibiti e ammirati degli altri quando rispondevo alla domanda: “Cosa studi?” Mi dilungavo in pedanti digressioni sulla millenaria civiltà cinese, sulle tante sfaccettature del suo complesso e antico sistema lingustico. Discorrevo di Mao e comunismo cinese, per poi affrontare lo spinoso tema “socialismo di mercato”. Sul Tibet glissavo con un secco: “no comment”. Parlavo con un certo, ingiustificabile orgoglio di cose lontane anni luce da me e di cui non avevo che una conoscenza sommaria. Forse era solo un miraggio, forse avevo bisogno di una piccola, fioca luce da seguire in un momento in cui nel mio Paese crollava ogni certezza. Ma probabilmente ero salito sul carro dei vincitori troppo presto.
Intanto, sempre in quell’anno ma dall’altra parte del mondo, gli Smegma erano pronti a prendere un treno per il successo, uno di quelli che passano solamente una volta e che non bisogna farsi scappare. C’erano solo due modi in cui sarebbe potuto finire il tour: 1. i cinque sarebbero entrati nell’Olimpo cinese del punk e la loro vita sarebbe cambiata per sempre; 2. nessuno se li sarebbe “cagati” di striscio e le bestie del punk si sarebbero dovute prepare a tutto ciò che avevano sempre cercato di evitare: assumersi delle responsabilità, preoccuparsi dei soldi, non arrivare a fine mese, andare a letto presto per andare in ufficio tutti i santi giorni. Tutto o niente, e questo Lucio lo sapeva. Non so di preciso quanti e quali furono i motivi del loro fallimento, se alcuni influirono più rispetto ad altri, quanto furono indipendenti dal talento e dalla passione dei nostri cinque eroi. Forse la Cina non era pronta per gli Smegma e per il punk, forse furono solamente sfortunati o forse suonarono nei posti sbagliati. E comunque non mancarono concerti spettacolari e sbalorditivi. Sta di fatto che se ne tornarono a Kunming con una montagna di cd e magliette invendute e qualche debito.
La prima volta che sentii parlare degli Smegma Riot fu qualche mese fa, alle soglie del 2012. Da quell’insignificante 2004 e da quel 2007 non certo memorabile sono cambiate molte cose, mi sono persino laureato, ma ancora non ho risolto il nodo cruciale che mi assilla fin da quei tempi: cosa fare esattamente della mia vita. Senza saperlo ho seguito le orme di Lucio: mi sono iscritto all’Orientale di Napoli, ho studiato il cinese e sono finito a Kunming, che intanto si è sviluppata parecchio e non è più così provinciale. Certo, a differenza del fondatore degli Smegma, non sono arrivato qui con nessun tipo di velleità artistica. Volevo solo provare a me stesso che ero in grado di imparare questa strana lingua. Era il mio modo personale di superare l’inevitabile crisi post-universitaria. “La notte di Capodanno suona questo gruppo punk italiano, gli Smegma Riot. Sono delle capre, ma sono troppo forti. L’importante è che sei ubriaco fradicio, poi il divertimento è assicurato.” Così mi dissero una sera al “The Box”, alle soglie del 2012. E io ci andai armato delle peggiori intenzioni, perchè, che diavolo, ogni tanto bisogna andare fuori di testa. Tutto ciò che ricordo di quella notte è un fracasso infernale, un guazzabuglio di suoni assordanti che nessuno con un pò di sale in zucca si azzarderebbe mai a definire musica. E poi c’era questo ragazzetto mingherlino che indossava pantaloni di pelle aderenti e si lanciava da un angolo all’altro del palco a torso nudo. Spalancava la bocca ma le parole che vi uscivano erano come goccioline che cadono nel mare, inconsistenti e inafferrabili. Era Lucio. Qualche giorno dopo tornò in Italia per presentare il suo libro: “Punk Road in Cina”, un romanzo/diario che dice di lui e degli Smegma molto di più di quanto possa sembrare ad una prima, distratta lettura. Certo, non è un libro che eccelle per lo stile, ma mentirei se dicessi che non mi sono divertito a leggerlo. Leggendolo si prova la stessa sensazione che si ha assistendo ad un concerto degli Smegma, quello strano mix di disgusto e sballo, di fastidio e aderenalina.
A maggio si esibiranno a Chengdu, nella provincia del Sichuan, in uno dei più importanti concerti rock di tutta la Cina. Magari ci andrò. Magari alla fine del concerto, se avrò ancora la forza di reggermi in piedi, mi avvicinerò a Lucio e gli stringerò la mano. Forse non passerà alla storia come cantante o come scrittore, ma diavolo se ce ne avrà di cose da raccontare ai suoi nipotini!

“It’s a lonely job but somebody has to do it/just take a deep breath and dive right down/such a beautiful oyster with a pearl inside, taste her kiwi, bonnet mound”

(Smegma Riot)

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5 risposte a “Lunga vita agli Smegma Riot !

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