Tra le risaie e le nuvole del sud (prima parte)

Quando riapro gli occhi mi occorre qualche secondo per capire dove mi trovo, ma non appena realizzo di essere a casa di Nancy non riesco a trattenere una lacrima. Ho fatto un sogno strano: salivo e scendevo da autobus sgangherati in un interminabile viaggio che si snodava tra monti, laghi, cieli tersi, ostelli alla fine del mondo e personaggi a dir poco bizzarri. E poi c’erano anche Michela e Giovanna, le mie inseparabili compagne di avventura da quando sono arrivato qui a Kunming. Mi metto a sedere sul letto e prendo a massaggiarmi le tempie. Che botta questo sogno, non me ne capitava uno così intenso e realistico da tempo. Faccio per alzarmi quando i miei occhi cadono su un cartoncino rettangolare adagiato sul comodino. Sembra un biglietto da visita. Lo prendo tra le dita e lo osservo. In alto c’è una scritta in cinese malamente tradotta in inglese: Welcome to to charter car to see terraced fields. Al centro compare il nome di una persona e in basso un numero di telefono. Tan Lizhi, autista privato. A lato è impressa l’immagine di un panorama mozzafiato: il sole che va a ripararsi oltre due montagne dipingendo il cielo di un rosso infuocato e sotto di esso specie di colline ondulate nascoste tra le nubi. A guardarle così sembrano tanti specchi sinuosi su cui il sole riflette la sua luce creando spettacolari effetti luminosi. Risaie. Montagne. Nuvole. Io ci sono già stato, le ho viste. E non era un sogno, mi è successo veramente. Tan Lizhi, autista privato. Quindi era questo il suo nome. “Come mi chiamo? E’ scritto sul biglietto da visita che vi ho dato”. Dannato ragazzotto dello Hunan, volevi fregarci e hai perso capra e cavoli. “This is what you get when you mess with us”, per dirla con Thom York. Come è potuto succedere tutto questo? Un sorriso si materializza improvvisamente sul mio volto stanco. “Se lo racconto non ci crede nessuno”, penso mentre il sorriso si allarga lentamente. Già, ma io lo racconto lo stesso.
È cominciato tutto due giorni fa davanti al French Cafè, quando il sole non aveva ancora fatto la sua trionfale comparsa nel cielo di Kunming. Michela e Giovanna sono già lì quando giro l’angolo, con i loro zaini imbottiti di vestiti pesanti e le nuvolette grigie che si formano davanti alle bocche. “Non guardatemi così, sono solo in ritardo di cinque minuti e abbiamo ancora un’ora di tempo prima che parta il bus.” La stazione degli autobus di Kunming è un po’ fuori mano, ma in venti minuti di taxi siamo lì. Ad accoglierci, individui dall’aria poco rassicurante che promettono di portarci qua a là per cifre, a loro dire, convenienti e malinconici viaggiatori che si rifocillano con improbabili zuppe di carne e verdure. La colazione dei campioni, altro che cappuccino e brioche. Il viaggio per Jianshui, qualche centinaio di chilometri a sud di Kunming, scorre in tutta tranquillità e senza particolari scossoni. La cittadina è un tripudio di negozietti più o meno ordinati, con mezzi di ogni genere che sfrecciano su strade dal fondo imperfetto, vecchietti che ci osservano incuriositi e robuste massaie che si portano appresso disgraziati pennuti tenendoli per le zampe a testa in giù. Noi facciamo fatica a riprenderci dal tremendo impatto con i rumori e gli odori del centro. Quando improvvisamente ci ritroviamo nella parte vecchia della città, ci sembra quasi di aver viaggiato nel tempo e nello spazio. Le stradine sono diventate viuzze, le abitazioni casette in mattoni, i negozi bancarelle. Non ci basta, vogliamo di più, vogliamo la vera Cina. Siamo qui per questo. E loro, che lo sanno bene, ce la offrono su un piatto d’argento, anzi di porcellana. Il tempio confuciano di Jianshui è il più grande di tutto lo Yunnan ed in tutta la Cina è secondo solo a quello di Qufu, nello Shandong. Almeno così si dice, ma probabilmente molti abitanti di Jianshui non sarebbero d’accordo. Alcuni di loro si sono addirittura presi la briga di misurarlo in lungo e in largo per dimostrare che è il loro, e non quello della provincia natia del Maestro, il tempio più esteso di tutta la Cina. Ad ogni modo, c’è da rimanere senza parole. Ed è proprio quello che ci succede, a noi come agli altri visitatori. Il risultato è un silenzio da brividi, di quelli che ti rimettono in contatto con tè stesso e con i tuoi pensieri. Silenzi come questo, signori miei, hanno del miracoloso, potrebbero risolvere molti dei più annosi problemi dell’uomo. Ne usciamo rinfrancati nello spirito e con la mente sgombra da ogni assillo. Segue il “Giardino privato della famiglia Zhu”: venti chilometri quadrati di laghetti, giardini curati, eleganti gazebo. La Pace con la “p” maiuscola insomma. E qui, carissimi amici miei, termina la parte rilassante del viaggio. Noi naturalmente non ne abbiamo la minima idea e trotterelliamo allegramente verso la stazione dei pullman, innocenti e beati nella nostra inconsapevolezza. Qualche centinaio di chilometri più a sud, oltre una catena di imponenti montagne, ci aspetta Yuanyang con le sue risaie e i suoi meravigliosi paesaggi. Montiamo su un pulmino dalla capienza massima di diciannove persone. La cosa non ci piace molto. E non solo per i sedili stretti e scomodi, magari fosse solo quello. A preoccuparci è il fatto che l’autista e il suo compare, che solo per comodità chiameremo “controllore”, continuano ad imbarcare passeggeri senza farsi scrupoli. In un attimo siamo più di trenta. “Sanno quello che fanno, non vi preoccupate” dico alle ragazze e a me stesso senza tuttavia credere troppo alle mie parole. Non appena il camioncino parte con un sobbalzo chiudo gli occhi e sogno di correre su una distesa di fiori ed erba. Corro a perdifiato sulla terra morbida e pianeggiante, ma dopo un po’ da sotto cominciano a spuntare collinette e poi  vere e proprie montagne. La superficie sotto i miei piedi d’un tratto è diventata ripida, piena di buche ed avvallamenti, e le gambe non reggono più il peso del mio corpo. Arranco nella salita, ho il fiatone e dai muscoli degli arti inferiori sento arrivare fitte di dolore. Mi risveglio su un pulmino cigolante e stipato di gente che procede a fatica su una strada di montagna polverosa e dissestata. Sotto di noi, il vuoto. Giovanna guarda giù e si aggrappa al mio ginocchio. “Manca tanto?” Ritengo di no, in fondo stiamo viaggiando da più di un’ora e mezza. Non potrei avere più torto. Un’ora più tardi ci stiamo ancora inerpicando sul crinale della montagna. Se non fosse per la guida dell’autista, che usando un pallidissimo eufemismo si potrebbe definire “inopportunamente sportiva”, e per la scarsa visibilità, è ormai sera, si godrebbe di una bella vista. Si intravedono persino le prime risaie. Provo a farlo notare alle ragazze, ma l’occhiata che mi rivolgono è eloquente e dice qualcosa come: “Qui stiamo vedendo la morte in faccia ad ogni curva e tu pensi al paesaggio?” Andiamo, che sarà mai? Qualche tornante preso un po’ troppo largo, un veicolo che procede in senso opposto e che ci passa a qualche millimetro di distanza. Dov’è finito il vostro senso dell’avvent… oh Dio, questa volta ci siamo andati vicini. Quando ragionevolmente si potrebbe pensare che si è arrivati in cima e che non si potrebbe andare più in alto di così, il camioncino continua invece a salire. Ad ogni buca sobbalziamo e pestiamo la testa contro il soffitto. Gli altri viaggiatori invece non fanno una piega. Ogni tanto qualcuno si volta verso di noi e accompagna con sorrisi beffardi le nostra urla di terrore strozzate in gola. Quando cominciamo a scendere, l’oscurità è calata come un velo sulle montagne, trasformando la vegetazione tutt’intorno in indistinte macchie scure. In lontananza si vedono solo isolati puntini luminosi, troppo fiochi per far pensare ad un centro abitato. Siamo ancora lontani. La discesa per alcuni versi è ancora peggio della salita, con l’autista che guida come un pilota di rally sbatacchiandoci da una parte all’altra dell’angusto pulmino. Io comincio quasi a divertirmi, le mie compagne di viaggio un po’ di meno. Un’ora più tardi il nostro mezzo di trasporto si ferma davanti ad una pompa di benzina. Ci guardiamo intorno cercando di capire dove siamo, ma non ne abbiamo il tempo perché l’autista con gesti eloquenti ci intima di scendere giù. Per andare dove? Magari non si è accorto che siamo nel bel mezzo del nulla. L’uomo ci fa segno di avvicinarci ad un altro pulmino fermo dall’altra parte della strada, col motore acceso e pronto a partire. Cerchiamo di capire quello che sta succedendo. “Noi dobbiamo andare a…” “Lo so, lo so” risponde l’autista dell’altro pulmino, spingendoci dentro di peso. Che vorrebbe dire “lo so”? Ci legge nel pensiero? Abbiamo scritto in fronte l’indirizzo del nostro ostello? Non ci resta che fidarci, anche perché ormai siamo già dentro e stiamo salendo su per un altra montagna. Anche questo veicolo è pieno zeppo di gente, ma rispetto a quello precedente è un po’ più comodo. “Noi dobbiamo andare a Yuanyang, Xinjie” dico al mio vicino di posto, indicando l’indirizzo del nostro ostello sulla guida turistica. “E’ il pullman giusto questo?” Lui annuisce e poi si volta dall’altra parte. “Che ha detto?” mi chiede Michela allarmata. “Ha detto di sì, penso”. L’unica spiegazione plausibile è che dalla città nuova ci stanno portando a quella vecchia, che è la nostra meta ultima. O questo, oppure ci hanno rapiti per venderci come schiavi. Dopo un’altra salita e un’altra discesa, non meno terrificanti delle precedenti, il pulmino arriva a destinazione: una stazione di bus, a giudicare dei mezzi parcheggiati tutt’intorno. E adesso? Bisogna subito cercare un taxi e farci portare al nostro ostello. Ma c’è qualcosa che non va: il posto in cui ci troviamo è a dir poco desolato e soprattutto non si vede l’ombra di un auto blu con una scritta luminosa. Sono le dieci di sera e non abbiamo la minima idea di dove siamo, abbiamo lo stomaco vuoto e la testa piena di dubbi. Entriamo in una farmacia, uno dei pochissimi negozi aperti, e indichiamo alla commessa l’indirizzo e il nome dell’ostello. “E’ molto lontano da qui, trenta chilometri circa. A quest’ora però non ci sono mezzi che ci arrivano. E poi c’è il Chunjie”. Il maledettissimo Capodanno Cinese, non poteva capitare più a sproposito. “E quindi che si fa?” mi chiedono le ragazze. Una domanda lecita, per cui però non mi viene in mente alcuna risposta sensata. Usciamo dalla farmacia senza uno straccio di idea, ma proprio in questo momento si avvicina a noi un giovanotto. “Dove dovete andare? Vi ci porto io. Naturalmente vi costerà un po’. Sapete, è il Chunjie.” Un po’ quanto? “Un centinaio di guai a testa, diciamo.” Diciamo anche di no, e via con le contrattazioni del caso. Alla fine ci accordiamo per 50 yuan ciascuno. Il ragazzotto ci conduce alla sua vettura, un pulmino a sette posti un po’ sporco e malandato ma tutto sommato meglio di molti altri macinini visti da queste parti. “Noi dobbiamo arrivare al Sunny Guesthouse, lo conosci vero?” Lui annuisce. “Zhidao, zhidao.” Porta un giubbottino aperto su una camicetta viola. Sembra abbastanza giovane. “Siete qui per vedere le risaie vero? Vi ci porto io. Naturalmente vi costerà un po’. Sapete, è il Chunjie.” Mi sa che c’è ancora da contrattare qui. “Per 250 yuan vi porto in due posti più uno gratis.” Troppo, si può scendere un po’? “Facciamo due e venti e non se ne parla più. Sono tre posti, di cui uno gratis.” Duecento o non se ne fa nulla. “Duecento va bene.” La vettura avanza nella notte su strade di montagna ora asfaltate ora sterrate e piene di curve. L’oscurità non ci permette di capire che tipo di paesaggio ci circonda. L’unica cosa certa è che stiamo salendo, di nuovo. “Ma è sicuro che lo conosce il posto? Chiediglielo ancora.” Giovanna è a dir poco spazientita, Michela ha un gran mal di testa. “Mi sento un cretino a fare sempre le stesse domande. Se ha detto che lo sa vuol dire che lo sa.” Giovanna sbuffa e mi strappa di mano la guida. “E allora glielo chiedo io. Senti, lo conosci o no l’ostello?” Lui annuisce. “Zhidao, zhidao.” E infatti una decina minuti più tardi accosta e si ferma. Noi ci guardiamo intorno. Dell’ostello nemmeno l’ombra. “Siamo arrivati, scendente.” Ah così saremmo arrivati, e dove precisamente? C’è solo un parcheggio e una stradina in discesa senza nemmeno un lampioncino. Lui la imbocca deciso, facendosi luce con il cellulare e intimandoci di seguirlo. Noi gli stiamo dietro a debita distanza, camminando lentamente e con circospezione. Il ragazzotto fa strada e ogni tanto si volta a vedere se siamo ancora dietro di lui. “Fa freddo vero? State attenti a dove mettete i piedi.” Man mano che scendiamo l’inquietudine delle ragazze cresce a vista d’occhio. “Ma dove cazzo ci sta portando questo? Chiedigli se sa dove stiamo andando.” Cerco di spiegare loro che se ci voleva fregare l’avrebbe già fatto. In realtà a pensarci bene questa sarebbe l’occasione giusta per… magari i suoi compari lo aspettano di sotto con un paio di mazze in mano. No, non sta in piedi. Perché prendersi tanta pena per derubare tre studentelli squattrinati? Passiamo tra abitazioni fatiscenti e apparentemente disabitate camminando su viuzze di terra battuta. Il ragazzotto ogni tanto si ferma, si guarda intorno e cambia strada. “E’ difficile da trovare questo posto, e poi non ci vengo da tempo. Proviamo da questa parte.” Niente, un vicolo cielo. Io cerco di tenere a freno l’agitazione delle ragazze, che ormai giustamente non ne possono più. Non ne posso più nemmeno io, ma non abbiamo molta scelta se non continuare a seguire il ragazzotto. Dove altro potremmo andare a quest’ora persi chissà dove tra le montagne dello Yunnan? Qualche minuto dopo il giovanotto si ferma e con il cellulare illumina un’insegna di legno. “Sunny Guesthouse”. Noi non riusciamo a trattenere un urlo liberatorio, manca poco che scoppiamo a piangere. Poi ci fiondiamo verso la reception e arraffiamo le chiavi della nostra camera. Diamo appuntamento al ragazzotto per l’indomani mattina prima dell’alba. Ci aspetta un’altra battaglia, ma adesso possiamo concederci un po’ di meritato riposo. Consumiamo avidamente un piatto di riso fritto e uova preparato da una simpatica cuoca in una specie di piccolo granaio, mentre fuori si sente il leggero scrosciare dell’acqua tra le risaie terrazzate. Sarà dolce addormentarsi cullati da questi rumori, e sarà ancora più bello risvegliarsi in un posto come questo. E infatti sette ore più tardi, dopo una delle più belle dormite della nostra vita, ci affacciamo dal balcone del terzo piano e rimaniamo letteralmente estasiati dalla vista che ci si presenta davanti: una distesa di risaie dalle linee ondulate e morbide. A vederle così, coperte d’acqua, sembrano tanti specchi dalle forme più stravaganti che si stendono a perdita d’occhio sotto un cielo stellato, immerse in un silenzio quasi mistico. Dobbiamo fare presto perché l’alba è vicina. Il giovanotto ci aspetta di sotto. Indossa gli stessi vestiti della sera prima, forse ha schiacciato un pisolino in macchina senza tornarsene a casa. “Dormito bene?” Meglio di quanto tu possa immaginare. Arriviamo al belvedere proprio mentre il sole sta facendo capolino tra le montagne, illuminando l’intera vallata e riflettendo i suoi raggi sulla superficie limpida e immobile delle terrazze. Uno spettacolo mai visto prima e per cui è valsa la pena arrampicarsi fino a qui. Il ragazzotto ci porta in altri due punti di osservazione, come pattuito, e noi ci rifacciamo letteralmente gli occhi. “Se solo avessi qualcosa da investire”, ci dice ad un certo punto con lo sguardo perso oltre la vallata, “comprerei una mongolfiera e ci farei salire una ventina di persone alla volta. Chiedendo ad ognuno di loro 100 yuan per un giro panoramico di un’ora, pensa quanti soldi si farebbero.” Gli rispondo che è una bella idea, ma che ci vuole un bel po’ di grana per partire. “Lo so, devo solo trovare qualcuno ricco che mi finanzi, poi è fatta. Tu conosci qualcuno che è interessato?” Scuoto la testa sorridendo. “Pensa a quanti soldi si possono fare. Diventerei ricco in pochissimo tempo, basterebbe qualche anno di lavoro.” Gli chiedo come spenderebbe i soldi una volta avviato il progetto e cominciato a guadagnare. “Cambierei una macchina al giorno. Ferrari, Lamborghini… e poi le ragazze, ne avrei tante e tutte bellissime.” Gli auguro buona fortuna, che nella vita non si sa mai come vanno le cose. Però gli consiglio di non parlare troppo della sua idea in giro, perché qualcuno potrebbe rubargliela e farci i soldi al posto suo. Quando risaliamo nel suo pulmino lui si massaggia lo stomaco. “Sto morendo di fame e voi? Possiamo fare così: per altri 100 yuan vi porto a mangiare qualcosa di buono e poi a visitare un villaggio Hani.” Si tratta di una delle minoranze etniche stanziate in questa regione. Perché no? Potrebbe essere interessante, ma 100 yuan sono troppi. Si può scendere a 50? “Non meno di 90 yuan. Ricordatevi che c’è anche la colazione.” Non siamo disposti a pagarne più di 70, ultima offerta. Lui annuisce e avvia il motore. “Vi piace la musica americana? Io non ci capisco niente però penso sia bella. Sentite questa.” Poi comincia a canticchiare parole a caso sulle note di “We are the world” del redivivo Michael. Le strade sono affollate da donne e uomini con indosso abiti tradizionali Hani intenti a comprare animali e verdure. Le donne hanno la testa coperta da turbanti blu mentre gli uomini indossano giacche dello stesso colore e pantaloni lunghi. Quasi tutti portano sulle spalle una sorta di cesta di vimini che riempiono con i loro acquisti. Mentre passiamo quasi non si accorgono di noi, tanto sono presi dalle loro commissioni. “Per il Chunjie tutti tornano a casa e passano un po’ tempo con i propri parenti, mangiando e bevendo tutti insieme” ci informa il giovanotto. Gli chiediamo perché invece lui sta lavorando. Non ha intenzione di tornare a casa sua, nello Hunan? Come era facile aspettarsi, ci risponde che al momento non se lo può permettere, che tornerà solo quando avrà fatto un po’ di soldi. Parcheggiamo ed entriamo in un ristorantino niente male per pulizia e ordine, considerando dove ci troviamo. Ordiniamo dei funghi deliziosi, patate fritte un po’ crude, una discreta zuppa di spinaci e tofu e altre verdure. “Tu che fai a Kunming? Lavori?” mi chiede improvvisamente il ragazzo posando le bacchette e assumendo un’espressione seria. Studio, diciamo. “Ti interesserebbe diventare mio socio? Io faccio l’autista e tu la guida. In cinese non te la cavi male, inoltre sicuramente sai parlare inglese. Io non l’ho mai studiato e non conosco una sola parola, ma tu sicuramente sì. Allora, che ne dici?” Gli rispondo che non ho soldi da investire. “Per quello non ti preoccupare, usiamo la mia macchina e ci dividiamo i guadagni 50 e 50. Tu parli con gli stranieri e gli spieghi le cose, io li porto in giro.” Dico che ci penserò, che gli farò sapere. “Il mio numero è sul biglietto da visita che vi ho dato. C’è anche il mio nome. Pensaci, è un bel lavoro. Si va sempre in giro, non ci si annoia mai. Pensaci.” Il villaggio hani è poco più distante. É una specie di museo-ghetto per turisti, con indicazioni in cinese ed inglese ad ogni angolo. Ci abita qualche centinaio di persone, forse di più. C’è una scuola, un mercato, persino un ritrovo per i giovani con un tavolo da biliardo all’esterno. Le donne hani hanno il fascino rude della gente di montagna. Solo poche di loro rispondono al nostro saluto, mentre le altre continuano imperterrite il loro duro lavoro senza curarsi troppo della nostra presenza. Sono brutti tempi per i maiali da queste parti: evidentemente costituiscono il piatto forte nei prelibati banchetti del Chunjie. Dappertutto ci sono persone, soprattutto maschi, impegnate a spellare e sgozzare suini, e le urla di dolore delle povere bestie si levano da ogni casa del piccolo villaggio. É arrivato il momento per noi di andare via. Abbiamo visto quello per cui siamo venuti, ne abbiamo goduto a fondo, ma adesso dobbiamo proprio andare. Chiediamo al giovanotto di riaccompagnarci alla stazione degli autobus per comprare un biglietto per Kunming. La risposta che riceviamo è raggelante. “Volete andarvene entro oggi? È impossibile. È il Chunjie e non ci sono autobus che partono da qui. Vi conviene aspettare domani.” Giovanna, che l’indomani ha un volo per Shenzhen e che quindi deve essere a Kunming entro la nottata, mi guarda con gli occhi sbarrati. “Ti prego, dimmi che ho capito male.”
Per sapere come va a finire questa storia, se i nostri tre eroi riusciranno nell’impresa di tornare a casa in tempo per il volo di Giovanna nonostante il dannatissimo Chunjie, non perdetevi il prossimo post!

“We are the world, we are the children, we are the ones who make a brighter day so let’s start giving.”
(Michael Jackson)

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Una risposta a “Tra le risaie e le nuvole del sud (prima parte)

  1. ma come ci lasci così senza risolvere il dubbio che oramai ci assilla: accetti o non accetti la proposta di lavoro? metti da parte un pò di soldi così li puoi investire nella mongolfiera… e nel frattempo sai quanti risvegli in mezzo alle risaie? pensaci!nicco

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