L’Esaminazione

Infine è arrivato il momento di provare che questi tre mesi di corso non sono stati del tutto inutili. E cosa c’è di meglio di un bell’esame? Sapete, risposte multiple, spazi da riempire con l’ideogramma giusto, brani da leggere e comprendere. Qui in Cina ci vanno a nozze con tutta questa roba, specialmente quando si tratta di mettere tutti i partecipanti nelle medesime condizioni e di assicurare un regolare svolgimento della prova. Sarà che hanno cominciato presto, quando il Celeste Impero non aveva nemmeno mille anni di vita e si erano già avvicendate al potere tre dinastie. Allora gli esami rappresentavano una preziosa occasione per farsi strada tra i gangli della burocrazia e assicurare a sé stessi e al proprio clan prosperità e ricchezza. Per questo era necessario garantire che tutto si svolgesse nella più rigida osservanza delle regole. Alcuni esami potevano arrivare a durare anche settimane. Durante questo tempo i candidati non erano autorizzati ad uscire dalle loro cellette, all’interno delle quali, come tante piccole api operaie, tessevano i brandelli di un’educazione fatta di poesie antiche, trattati filosofici, insegnamenti dei grandi saggi del passato. Tutto imparato rigorosamente a memoria e riscritto il più fedelmente possibile. Prima della correzione, tutti i testi prodotti venivano copiati da altri in modo da mascherare la grafia dell’esaminato, il quale era sempre identificato da un numero piuttosto che da un nome anche fittizio. Tutto era fatto in nome della meritocrazia, perché c’era troppo in ballo e nessuno poteva accettare di essere governato da un branco di ignoranti. Che poi si trattasse di una cultura meramente libresca e senza attinenza con la realtà, di carattere umanistico più che scientifico, filosofica e mai tecnica, era un altro discorso. Per chi superava l’esame si prospettava un glorioso ritorno a casa, mentre gli altri dovevano subire l’onta della vergogna per almeno un paio d’anni, prima di avere l’opportunità di riprovare. Sì, i cinesi ci vanno a nozze con questa faccenda degli esami, è un’altra delle loro ossessioni oserei dire. Come il cibo piccante, le divise pseudo militari con tanto di elmetto da crucco indossate dai custodi dei palazzi, i chiassosi impianti stereo montati sui motorini elettrici, le macchine bianche sportive con i vetri oscurati. Allora come oggi, meritocrazia sembra essere la parola chiave, nel senso che solo chi studia ha possibilità di successo. E studiare, allora come oggi, significa principalmente imparare a memoria, immagazzinare ideogrammi in quantità, scrivere e riscrivere intere frasi, esercizi, brani. È l’unica tecnica che veramente funziona, poco importa se il novanta per cento delle nozioni assimilate si dissolve appena un attimo dopo aver consegnato il foglio, o se il ragionamento e l’intuizione sono, oltre che inutili, a volte anche deleteri. Ci si trasforma tutti in macchine, ci si trova a compilare degli esercizi meccanicamente, a comporre delle frasi senza sapere nemmeno perché si siano scelti alcuni caratteri rispetto ad altri. E dopo un’ora e quarantacinque minuti si sente solo un leggero dolore alle dita e al polso, e un gran vuoto nella testa e anche un po’ più in giù. E non si può fare a meno di chiedersi in che modo, a prescindere dal voto finale, un esame di questo tipo possa provare che si sia imparato veramente qualcosa, che questi tre mesi di corso non siano stati del tutto inutili. D’accordo, conosco qualche ideogramma in più rispetto a prima, ma mi rifiuto di credere che imparare questa lingua si riduca all’accumulare caratteri fino a che il cervello non ne sia saturo e cominci a rigettarli. Mi aspetto qualcos’altro, dopo tutto questo tempo e questa energia lo pretendo, anche se probabilmente non ci sarà alcun esame a testimoniare, in maniera ufficiale ed incontrovertibile, che l’abbia trovato.

“Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza.”
(Antonello Venditti)

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