Il Pomo di Natale

Non so di preciso quando ho cominciato a non sopportare il Natale, né per quale motivo. Forse è stato dopo la fine della scuola, o forse molto prima. Sì, dev’essere stato prima. Ricordo che a sedici anni scrissi un articolo, se vogliamo chiamarlo così, criticando aspramente il consumismo sfrenato e l’ipocrisia della gente. Come tutti i sedicenni ce l’avevo con il mondo, dovevo pur prendermela con qualcuno. Scelsi di prendermela con il Natale, e con tante altre cose. Mi metteva una gran tristezza vedere la gente affannarsi per le strade in cerca di regali, affollare i centri commerciali e costeggiare le mega offerte galattiche, desiderare tutto e accontentarsi di niente. E poi le visite ai parenti, i canditi e l’uva passa nei panettoni, la barba finta di Babbo Natale, l’opulenza ostentata di certi cenoni, i lunghissimi silenzi al termine dei suddetti cenoni, le facce delle persone durante la messa di mezzanotte. Era come se qualcuno si fosse impossessato del Natale, ne avesse cambiato il senso e ci avesse trasformato in tanti burattini. Non mi andava giù, tutto qui. In questi anni non ho mai fatto un solo regalo a nessuno, né scritto una lettera, né inviato un bigliettino di auguri. Quando a casa arrivavano conoscenti e “parenti” di cui fino a quel momento non avevo nemmeno sospettato l’esistenza, andavo a chiudermi in camera. Per me erano solo estranei a cui dover stringere la mano e sorridere senza motivo, persone che per gli altri 364 giorni dell’anno non si sarebbero fatte vedere. Per fortuna, o per sfortuna, l’adolescenza quando se ne va si porta via rancori e risentimenti, e alcune “guerre sante” che si pensava sarebbero state combattute per sempre, semplicemente smettono di avere tutta quella importanza. A venticinque anni ho finalmente deciso di raggiungere un accordo con il Natale, firmare un armistizio e porre fine alle ostilità. Lui lascia in pace me e io smetto di infangare il suo buon nome. E così farò, niente più disfattismo e biasimo. Prendo tutto quello mi fa comodo e il resto lo lascio agli altri, ai fanatici, a quelli che pretendono il pacchetto completo. Le tavole imbandite e la buona compagnia, ad esempio, me le prendo e tengo ben strette. Anche qualche regalino magari, solo un pensiero, niente di ché. Non mi tramuterò mai in un mall zombie, questo no. Le canzoni di Natale invece le lascio volentieri, perché c’è un limite a tutto. E lascio pure i cappellini rossi di Babbo Natale e l’alberello, vero o finto che sia. Mi tengo le luci, che rendono tutto più magico e Dio solo sa se c’è bisogno di un po’ di magia, e un paio di lettere scritte a qualche persona davvero importante. Naturalmente lascio le cartoline natalizie su facebook, i messaggi di auguri pre-impostati inviati a tutta la rubrica, il vischio e il pungitopo, la tombola e il sette e mezzo. Mah sì, un po’ di Natale non ha mai fatto male a nessuno in fondo. E poi quando si è così lontani da casa è tutto amplificato, le esigenze più semplici diventano necessità a cui è impossibile rinunciare. Fortunatamente di italiani che la pensano come me è piena anche Kunming, ed oggi, domenica 25 dicembre, alcuni di loro sono riuniti attorno a questo tavolo. Io guardo il capicollo e il caciocavallo tagliati a fettine sottili con gli occhi lucidi e una specie di morsa alla bocca dello stomaco che non sentivo da tempo.
E pensare che ne avrei di motivi per criticare il Natale qui in Cina, per perdere definitivamente la fiducia in lui. Se non fosse per l’armistizio di cui sopra, ci darei dentro, lo farei a pezzettini. Senza usare mezzi termini, direi che quello che accade qui a Natale è ignobile. In un certo senso è sempre la solita vecchia storia: pochi speculano e tutti gli altri subiscono. Solo che qui, come è facile aspettarsi, tutto ha proporzioni più smisurate. In quest’ultimo mese ho avvertito una sorta di  crescente follia diffondersi tra i cinesi. È cominciato tutto i primi di dicembre, quando sparuti alberelli e fioche lucette sono apparsi nei negozi del centro, come piccole macchie apparentemente innocue. L’infezione si è pian piano estesa all’intera città e, nel giro di una settimana, è stato un trionfo di emaciati Babbi Natale, fiocchi rossi con stelline gialle, ghirlande intrecciate come involtini primavera, slitte marcate Toyota, melodie natalizie ripetute ossessivamente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Fino all’esplosione finale la notte della Vigilia, quando branchi di ragazzini in preda a deliranti manie di grandezza si sono riversati per le vie del centro, il volto coperto da maschere vagamente carnevalesche e tra le mani bombolette di neve finta da spruzzare preferibilmente nella bocca e negli occhi di ragazze straniere disarmate. A questo punto vi starete chiedendo: perché? Me lo so chiesto anch’io, più e più volte. Ho come l’impressione che i cinesi si siano trovati questa strana festa che noi chiamiamo Natale un po’ tra capo e collo, come un inserto gratuito e non espressamente richiesto dell’apertura economica e dell’industrializzazione, e, non sapendo esattamente cosa farne, hanno fatto quello in cui probabilmente riescono meglio: copiare. Ma alla loro maniera, riproducendone le fattezze essenziali, la superficie, e lasciando da parte tutto il resto: le origini, il senso, i contenuti. È un po’ come quando Jack Skeleton tenta di riprodurre il Natale nella sua città di mostri, streghe e creature orribili. Le sue intenzioni sono nobili, ma il risultato è quello che è. A differenza di Jack, probabilmente le intenzioni dei cinesi, di alcuni di loro perlomeno, non sono altrettanto ammirevoli. A loro interessa fare i soldi, e in questo hanno avuto successo. Ma c’è di più: vogliono dimostrarci che anche loro sono capaci di organizzare un Natale degno di questo nome, proprio come noi o anche meglio. Vogliono stupirci, ma in questo hanno decisamente fallito. I ragazzini che se ne vanno in giro col volto coperto armati di bombolette di neve finta come se fosse Carnevale o Halloween, sono il naturale risultato della confusione prodotta da questo enorme e assurdo baraccone natalizio allestito sotto gli auspici del consumismo più smodato. E se c’è la possibilità di creare nuove “tradizioni”, o per meglio dire nuove mode, perché non approfittarne? Così ecco che accanto alle classiche cartoline con renne e slitta, appaiono anche le cosiddette “Mele di Natale”. Si tratta di pomi avvolti in una carta regalo da donare ai propri amici e parenti per augurare felicità e serenità, dal momento che uno degli ideogrammi che compongono la parola “mela” graficamente è molto simile a quello di “pace” e si pronuncia allo stesso modo. E cosa si inventeranno l’anno prossimo? La falce candita e il martello di zenzero? Babbo Natale col berretto di Mao che arriva su un carro armato? Saranno i minatori a portare il carbone ai bimbi cattivi al posto della Befana?
No Natale, non ce l’ho con te. Non è colpa tua se viviamo in un mondo governato dal mercato e dalla globalizzazione. Che ci vuoi fare, è vero che non ho più sedici anni ma alcune cose ancora non mi vanno bene. Rispetterò l’armistizio, continuerò a prendermi quello che mi fa comodo e a lasciare agli altri tutto il resto.
Buon Natale a tutti!

“Per fare una canzone di Natale non basta un argomento natalizio, ma occorre un ingrediente più speciale: lo zenzero”

(Elio e le Storie Tese)

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