Una foto

Ci sono foto che colgono con straordinaria potenza l’essenza di un momento, che scavano in profondità nelle persone rivelandone in un istante la vera natura più di quanto si possa fare spargendo litri di inchiostro.

Spesso sono scatti rubati o fugaci, e l’autore del fatidico click resta nell’ombra. Mi piace pensare che sia solo uno strumento di cui una presenza superiore si serve per fissare quell’attimo e consegnarlo all’Eternità.

Una di queste foto raffigura un ragazzetto nei suoi mid 30’s in calzoncini e polo mentre indica col dito un punto al centro della cartina geografica di un immenso paese dell’estremo oriente. I suoi occhi irradiano gioia ma da qualche parte, se si guarda bene, si può scorgere anche un velo di malinconia.

Cosa ci sia esattamente oltre quel dito non lo sa nessuno, e forse nemmeno lui anche se ci ha trascorso degli anni. Quello che gli è rimasto è un bizzarro pizzicore sulla lingua, un retrogusto amarognolo ma non del tutto cattivo.

È come assaggiare per la prima volta una pietanza esotica che, dopo aver provocato una iniziale repulsione, intriga a tal punto le papille gustative da volerne ancora. Ed è questo che dicono gli occhi del ragazzetto in calzoncini e polo: ne voglio ancora, datemene ancora.

No, non è una semplice foto, è un vero e proprio manifesto programmatico, una dichiarazione di intenti figlia di una determinazione incrollabile. Cocciuta e stoica.

Avrei dovuto mostrare questa immagine ai tanti che in questi ultimi mesi mi hanno chiesto perché. Avrebbe perlomeno tamponato la loro sete di sapere. Gliela si leggeva in faccia, nell’assottigliarsi delle fessure degli occhi tipico di chi sta indagando un caso patologico e a cui non basta una semplice risposta.

Avercela una risposta, tra l’altro. Voglio dire, ne potrei abbozzare diverse, e tutte perfettamente ragionevoli. Ma temo che servirebbero solo ad ammansire il mio interlocutore (o inquisitore) quel tanto che basta per chiudere l’argomento, o quantomeno metterlo in sospeso.

La risposta è da qualche parte però. Pensavo di trovarla in questi 15 giorni di quarantena e avevo un piano perfetto per riuscirci. Il silenzio purificatore di una camera di hotel, la contemplazione estatica di un paesaggio incantato, l’interruzione di qualsiasi contatto con il mondo esterno.

Poi però Netflix si è messo di traverso ed è andato tutto in vacca. Inoltre non è che se guardo fuori dalla finestra scorgo le vette innevate dell’Himalaya, e, se proprio vogliamo dirla tutta, la totale assenza di suoni non è un lusso che ci si può permettere da queste parti, così come il tanto osannato diritto alla disconnessione.

Del resto l’eremitaggio meditativo non è mai stato in cima alle mie priorità, e probabilmente è anche per questo che il paesino di seimila anime in cui sono cresciuto mi è stato sempre stretto.

Comunque mi sono sottoposto a questa clausura con rassegnazione ma consapevolezza. Forse ne avevo bisogno.

E ora che la porta sulla realtà sta per riaprirsi, lo confesso, mi tremano le gambe al pensiero di dover abbandonare questa rassicurante concezione del tempo quale sequenza ordinata di attività, in cui sai sempre cosa aspettarti e l’imprevisto semplicemente non è contemplato tra le possibilità.  

Chi le ha inventate le fotografie? Chi mi ha convinto a portar qui le mie? Che poi, lo sappiamo, scattan le paranoie…

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