L’ora dei cagnacci (e dei cavallucci)

Sei anni ormai ma quella notte me la ricordo come se fosse ieri.

Mi ero trasferito nello Yunnan da qualche mese ed ero appena tornato a Kunming dopo un viaggio incredibile tra le risaie di Yuanyang. Ero seduto sul sedile posteriore di un taxi, la testa contro il vetro e una gran voglia di recuperare il sonno perduto, quando lo schermo scuro del cielo si è acceso di colpo come se qualcuno avesse premuto il pulsante rosso di un telecomando e in un attimo mi sono trovato sommerso di luci.

Avevo venticinque anni e quello era il mio primo Capodanno cinese da queste parti.

Fosse finita li’, probabilmente avrei impacchettato e archiviato il suddetto momento tra quelli che si desidera rivedere prima di esalare l’ultimo respiro, quando appunto ti passa tutta la vita davanti. Insieme al primo giorno di scuola, al primo bacio, a quando la Juve ha battuto il Real 3 a 1, al viaggio in Grecia dopo la maturità, ai tramonti di Bali, insieme a tutto questo e a molto altro ci sarebbe stata anche quella notte.

Sarebbe bastato che, trascorse svariate decine di minuti (in realtà già più del tempo necessario affinché un frammento di vita si cristallizzi nella memoria e si depositi sul fondo di quell’ammasso di esperienze che fanno di te quello che sei), quel frastuono abbacinante avesse lasciato il posto ad un silenzio che invita alla riflessione.

Come immaginerete, non è stato così.

Ciò che però non riuscireste ad immaginare è come tale momento si sia dilatato in modo sproporzionato nel tempo, sgomitando per invadere minuti, ore e giorni che un pizzico di buon senso avrebbe riservato in via esclusiva ad uno stato di placida assenza di suoni, tipico delle giornate di vacanza.

No, la tortura acustica doveva protrarsi più a lungo possibile, smettere anche solo per un minuto di insozzare i miei condotti uditivi con fragorose esplosioni avrebbe significato non partecipare in modo adeguato alla dilagante gioia collettiva per l’inizio di un nuovo anno.

Da lì in poi, come è facile intuire, ho sviluppato una certa intolleranza nei confronti di questa assordante festività, che invece all’estero attira la curiosità di sempre più persone. Sarà per via della Danza del Drago, che, giuro, in Cina non ho mai visto da nessuna parte, un po’ come gli involtini primavera e il dannatissimo gelato fritto.

Che poi sta Danza del Drago assomiglia in modo stupefacente al Ballo del Cavalluccio calabrese, con la differenza che quest’ultimo si muove al ritmo di tarantella, è necessariamente eseguito da un unico uomo con precedenti penali e con tasso alcolico da arresto immediato e spara razzi incandescenti in tutte le direzioni facendo più vittime di un bombardamento a tappeto della Luftwaffe durante la Seconda Guerra Mondiale.

Magari in futuro i calabresi immigrati in Cina si riuniranno ogni anno a Piazza Tiananmen in occasione della Festa di San Veneranda, ad agosto, per tenere vive le tradizioni della loro terra anche in estremo oriente, secondo l’implacabile legge della globalizzazione più sfrenata. Oppure durante l’anno del maiale insegneranno ai cinesi come cuocere il lardo in un calderone di rame per ottenere delle squisite frittole.

Comunque l’anno dei cagnacci si è inaspettatamente aperto con un silenzio surreale, sarà che mi trovavo a Pechino e lì hanno proibito tassativamente di fare uso di fuochi d’artificio entro il quinto anello. Avrei dovuto esultare e invece ci sono rimasto piuttosto male. Non so cosa mi abbia preso, forse non tutto quello che crediamo ci stia sul cazzo non ci mancherà quando finalmente ce ne saremo liberati.

Uno crede di portare fuori il cane a fare pipì mezzogiorno e sera. Grave errore: sono i cani che ci invitano due volte al giorno alla meditazione.

(Daniel Pennac)

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