LE SOLITE MINCHIATE

Io e il Drago ci siamo incontrati in un periodo della mia vita che ora mi sembra far parte di un’altra epoca, ridotto in cenere come capita ad un tizzone nel camino alla fine della notte e poi spazzato via da una folata di vento di inizio autunno.

Chissà a chi appartenevano quelle mani invisibili che una mattina come tante ci hanno afferrati dal colletto delle nostre t-shirt (a quei tempi era la cosa che indossavamo più spesso, e non solo per una questione di budget) e hanno fatto atterrare i nostri culi dietro ad un banco in una classe universitaria dove si insegnava il cinese.

Probabilmente sono le stesse di chi ci ha messo di nuovo uno di fronte all’altro qui a Chongqing, o al limite di qualche suo non troppo lontano parente.

Tipi con un perverso senso dell’umorismo, che ascoltavano attentamente i discorsi che facevamo sulla Cina a vent’anni, tra una pausa caffè e una lezione di storia imperiale, solo per confrontarli con quelli che facciamo adesso, a trenta, mentre ci muoviamo barcollando da una bettola con immagini maioiste impresse sulle pareti ad un grattacielo di settanta piani che dall’alto osserva crescere i suoi fratelli tutt’intorno non senza provare un pizzico di orgoglio.

Due mondi che un bel giorno si sono stretti la mano, si sono dati le spalle e hanno deciso di prendere direzioni opposte, pur rimanendo paradossalmente fianco a fianco, consapevoli che il destino aveva piani diversi per ognuno di loro.

Più o meno com’è successo a me e al Drago, con la differenza che le irregolari e incerte rotte sulle quali orbitiamo, per quanto in apparenza lontane tra loro, miracolosamente trovano sempre il modo di sovrapporsi. Anche solo per il tempo di una birra cinese, di quelle che sei costretto a rimandare subito indietro perché tanto calde da sembrare urina, o di un’esibizione musicale di un’eccellente rock-band mongola nel più marcio dei locali underground alla quale assistono in tutto non più di venti persone.

Ai proprietari di quelle mani invisibili che si divertono a spostarci da una parte all’altra del mondo come statuette i cui capelli imbiancano mossa dopo mossa vorrei chiedere se, ascoltando le nostre lunghe chiacchierate, le elucubrazioni e soprattutto le minchiate, ritengono che ci abbiamo capito almeno qualcosa o se siamo proprio fuori strada.

Riguardo la Cina, s’intende, ma non solo.

Non so perché, ma qualcosa mi dice che le stronzate più grandi le abbiamo sparate quando pensavamo di essere seri, quando ci davamo un tono e, congiungendo le mani e assumendo un’aria grave, disquisivamo amabilmente di storia, politica e filosofia.

E allo stesso tempo magari dalle nostre gag demenziali sono venute fuori delle verità universali, delle vere perle di saggezza di cui l’intera umanità potrebbe beneficiare per costruire un mondo migliore.

Ma queste sono solo supposizioni, come stanno veramente le cose lo sanno solo loro. Sanno se il Drago prima o poi deciderà di provare a vivere di nuovo in Cina o se sarò io invece a tornare in Italia.

Conoscono il punto esatto nel tempo e nello spazio in cui avremo ancora il piacere di far sbattere le nostre birre l’una contro l’altra e celebrare questo momento sfornando una caterva di puttanate sulla Cina e su molte altre cose.

Ditemi perché c’è un dirigibile marrone senza elica e timone dentro me.

(Elio e le Storie Tese)

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