Caro Signor Presidente

Scrivo queste poche righe a poco più di 24 ore dalla sua partenza da Chongqing. L’ultima immagine che conservo di lei è la sua lenta salita verso la porta di ingresso dell’aereo bianco con il tricolore e la scritta Repubblica Italiana ben visibile, la schiena leggermente curva sotto il peso di chissà quali riflessioni sul presente e sul futuro del nostro paese.

Un momento di pura contemplazione per me. Nel silenzio che d’improvviso si è fatto largo nella mia mente, mi sembrava quasi di sentire uno per uno i suoi passi lungo la scaletta. Andavano a tempo con i miei battiti cardiaci, divenuti anch’essi d’un tratto chiari e udibili. L’epilogo più degno di due giorni densi di emozioni, e io me lo stavo godendo come meglio non si poteva.

Di cosa si trattava esattamente? Un’istantanea fuoriuscita di senso di appartenenza che avevo ormai dato per prosciugato? O piuttosto una reazione spontanea dovuta allo stress e alla fatica accumulati?

Non lo so, fatto sta che le gambe mi tremavano come quando le ho stretto la mano il giorno prima e da qualche parte in fondo al blu intenso dei suoi occhi mi era parso di scorgere un lampo fugace e abbagliante, di quelli capaci di riversare un imponente fascio di luce su orizzonti che vanno via via oscurandosi.

Come i cieli di questa metropoli in cui siamo stati scagliati dall’imprevedibile ironia del destino, dove Italia è un lontano rumore che riecheggia sempre più indistintamente nelle nostre giornate frenetiche e si perde tra gli squilli del telefono e i clacson dei taxi. E’ una fragranza delicata che si dissolve nel potente effluvio di spezie orientali. Un’idea un tempo limpida e ora difficile da afferrare nella foschia di mattinate umide e polverose.

La Cina di frontiera, è così che la chiamano. Ma ciò che realmente si cela dietro questa espressione rimane in gran parte sconosciuto a chi ne fa uso dopo essere passato da qui ed avere avuto solo un assaggio della controversa complessità di uno sviluppo che avanza con la determinazione e gelida indifferenza di una folata di vento.

Vento che dovrebbe sospingere la presenza imprenditoriale italiana, gonfiarne le vele, e invece troppo spesso ne scuote con violenza le fragili fondamenta, come accade ad un albero che non è riuscito a piantare salde radici nel terreno.

Quel bagliore che ho colto nei suoi occhi, Signor Presidente, mi auguro che l’abbiano percepito anche tutti i connazionali accorsi al Consolato perché’ desiderosi di incontrarla, anche solo per sentirsi dire che le istituzioni sono accanto a loro in questo coraggioso cammino che solo l’audacia pioneristica di certi italiani può rendere possibile.

Ne avrebbe trovato qualcuno di più se fosse venuto qualche anno fa, ne troverà molti di meno se passerà troppo tempo fino alla prossima visita ufficiale.

Mi scusi Presidente, lo so che non gioite se l’urlo “Italia, Italia” c’e’ solo alle partite, ma un po’ per non morire o forse un po’ per celia, abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia.

Giorgio Gaber

 

 

 

 

 

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