Io e loro

Ve li raccomando i colleghi, che poi non sono altro che compagni di classe con l’aggiunta di tailleur e cravatta (ammesso che non abbiate frequentato uno di quei collegi per signorini dove è d’obbligo indossare delle uniformi grigie o blu con tanto di cravattino, nel qual caso le differenze tra i due gruppi sono destinate ad assottigliarsi ancor di più).

Costituiscono l’evoluzione naturale di una categoria che, perdonatemi la brutale sincerità, mi è sempre andata stretta, non foss’altro che per quel mio innato senso di claustrofobia sociale che mi rende un tantino insopportabile l’idea di trascorrere gran parte delle mie giornate con una cricca di estranei che qualcun altro ha scelto per te, tipo i vicini di casa invadenti o, peggio ancora, i parenti che sono anche vicini di casa, oltre che, ovviamente, invadenti.

Sono cresciuti anagraficamente, hanno perso un po’ di capelli o li hanno tinti per nascondere evidenti riflessi argentei, parlano lingue diverse e a certi sono spuntati due begli occhi a mandorla, il loro ventri hanno assunto rotondità imbarazzanti e da alcuni di essi sono sbucati dei marmocchi, però, sotto quella sottile, a volte quasi trasparente, crosticina di cortesia e modi garbati posticci come le extension delle sopracciglia o le lentine colorate, sono sempre loro. Li riconosco perfettamente.

Come quando fanno di tutto per convincerti che sei la persona adatta a salire sul palco e parlare al microfono davanti a qualche centinaio di persone, tesi peraltro avvalorata e quindi legittimata dai professori, anzi addirittura dal preside in persona.

E quando è così non puoi proprio rifiutarti, con buona pace di quel concetto tanto confortante quanto inapplicabile alla realtà che è il libero arbitrio. La storica guerra tra te e le tue insicurezze è all’ennesimo, entusiasmante, capitolo, e chissà stavolta chi dei due avrà la meglio sull’altro.

Loro, intanto, si gustano la scena, sguazzano nel tuo nervosismo malamente dissimulato come un neonato in mezzo alle paperelle, ti analizzano come un caso patologico per verificare che le tue reazioni a determinati stimoli esterni siano quelle che si aspettano.

Soprattutto, rimescolano di continuo le carte in tavola con una serie di domande e osservazioni in chiaro conflitto tra di loro. Ti chiedono ripetutamente se hai già fatto delle prove e, se no, quand’è che ti deciderai a farne (con inserti ansiogeni tipo: ma mancano solo due giorni!), salvo poi consigliarti col cuore in mano di non ripassare le righe che hai preparato nemmeno una volta, in maniera da sgombrare la mente da ogni possibile condizionamento.

Dovresti essere più spontaneo ma non correre troppo, scandire bene evitando però di ricordare la voce inespressiva dei messaggi telefonici preimpostati. Però, concludono piegando all’ingiù gli angoli della bocca e annuendo, tutto sommato te la cavi.

Su quel palco alla fine ci sono salito e, come tutte le altre volte, non sono sicuro di essere stato naturale come volevo, di aver pronunciato le parole lentamente e con una dizione quantomeno accettabile senza tuttavia risultare meccanico, però, come tutte le altre volte, me la sono goduta, ho assestato un altro colpetto alle mie insicurezze e, lo ammetto, mi sono anche emozionato quando è partito l’Inno, e non perché era il 2 giugno e all’improvviso ho realizzato quanto sia bello essere italiani. Lo so già da un po’.

E i compagni di classe? Si staranno chiedendo cosa hanno fatto di male per beccarsi uno scassaminchia come me. Vi voglio bene ragazzi!

Ma quali strafiche? Ma quali strafiche? Quali? Ma se erano orribili all’epoca del liceo, pensa adesso che so’ diventate queste no?

(dal film “Compagni di scuola”)

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