I tassisti di Pechino

C’è stato un periodo della mia vita in cui se ne parlava spesso. Dei tassisti di Pechino dico. Succedeva quasi sempre verso ottobre, alla ripresa dei corsi, quando frotte di colleghi tornavano dalla capitale dopo averci passato i mesi estivi. Io non ci pensavo nemmeno a barattare due mesi di mare calabro per due di afa bestiale, smog, dormitori-stalle e lezioni intensive di cinese.

Che volete che vi dica? Non ero ancora preparato ad accettare un compromesso del genere, e molte tra le storie che si sentivano non contribuivano a farmi smuovere dalla mia posizione. Racconti di grattacieli avvolti da una fitta foschia, di immensi stradoni che procedevano per decine di chilometri senza condurre da nessuna parte, di fiumane di persone che avanzavano a fatica come in una lenta processione di anime in pena.

E poi c’erano loro, i tassisti, che in questo scenario da inferno dantesco interpretavano il ruolo di tanti piccoli Caronte disposti a traghettare i malcapitati da una parte all’altra della sconfinata megalopoli, a confortarli se necessario, ma soprattutto pronti a mettere finalmente alla prova le loro dubbie abilità linguistiche, molto più di quanto avesse fatto il loro insegnante all’esame di fine anno.

Perché in ballo c’era ben altro che un voto. No, qui si trattava di sopravvivere. Raggiungere l’università dall’aeroporto appena sbarcati o, ancora più arduo, trovare la via di casa dopo una colossale sbronza a Sanlitun (anzi, come direbbero loro al nord, Sanliturrrrr con potente rutto finale).

Un mio amico avrebbe girato ininterrottamente per due ore intorno al suo quartiere prima di identificare l’entrata giusta, ma, considerate le ingenti quantità di alcol che era avvezzo tracannare, potrebbero essere state anche quattro.

Forse nel tempo mi sono lasciato condizionare troppo da queste agghiaccianti narrazioni. Dev’essere stata questa la ragione principale per cui ho aspettato quasi quattro anni prima di concedermi una, più che doverosa, visita alla capitale.

Oppure boh, potrebbe essere stato tutto molto casuale, come è nella maggior parte delle circostanze di questa assai bizzarra esistenza.

Su tutto ciò riflettevo seduto alle spalle del tassista mentre ci dirigevamo verso il terzo anello il 1° maggio scorso. Un tipo di poche parole e anche un po’ scontroso devo dire. Col secondo tassista ho avuto più o meno la stessa impressione. Non devono passarsela benissimo, e non solo perché nel frattempo la giungla urbana di Pechino si è fatta più soffocante che mai.

Pensate che qualche mese fa oltre trenta di loro si sono fermati in pieno centro e hanno ingerito un composto chimico altamente velenoso per protestare contro l’aumento dell’affitto delle licenze.

Consiglierei a tutti loro un periodo di riposo a Kunming, ma temo che non resisterebbero a lungo lontani da questo posto. Non riuscirebbero ad abituarsi al cibo troppo piccante e speziato, troverebbero insopportabile l’accento del sud, cercherebbero senza trovarli degli hutong, i tipici vicoli stretti sui quali si affacciano le tradizionali abitazioni col cortile interno, dove passeggiare nelle serate di metà primavera esattamente come si faceva prima, quando attorno agli hutong c’erano solo altri hutong.

No, una città così non si abbandona tanto facilmente. Vero Michela?

Qui rido di gusto e scoppio in lacrime, qui vivo e muoio, qui prego e mi sento perso, qui sono in cerca e qui fallisco. Pechino, Pechino.

(Canzone pop cinese)

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2 risposte a “I tassisti di Pechino

  1. Pechino è una città bellissima, per quello che mi riguarda, SOPRATTUTTO per gli hutong. Poi, la tua descrizione è perfetta.
    Io non ho avuto esperienze negative con i tassisti, forse perchè li ho utilizzati solo nella tratta aeroporto-albergo, per cui una volta capito dove andare, potevo anche addormentarmi in taxi..

    • A me ha fatto davvero una bella impressione, sarà stato il bel tempo, oppure solamente ero, come si suol dire, “preso molto bene”. Per quanto riguarda i tassisti, si tratta di una categoria che mi ha sempre affascinato molto, specialmente in Cina. Sono sicuramente tra i cinesi con cui noi occidentali trascorriamo più tempo da queste parti, oltre a costituire il primo vero banco di prova per testare il nostro cinese.

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