Niente da capire

Ah giusto, volevate che vi parlassi un po’ dei cinesi. Eh ma non crediate che ci abbia capito più di tanto. È come quando in Italia mi dicono: “Sei in Cina da così tanto tempo che ormai il cinese dovresti saperlo.”

Asserzioni di questo genere mi hanno sempre gettato in un profondo stato di sconforto e agitazione, con improvvise eruzioni di incazzatura. Non stando nemmeno a scomodare l’usurato concetto della relatività del tempo, è la facilità con cui chiunque si permette il lusso di giungere a determinate conclusioni che mi deprime.

Ma la parte peggiore è l’uso del verbo. Dovresti. Nella scelta del condizionale è racchiusa la più inappellabile delle accuse. Il tuo interlocutore in un attimo si è sostituito a te, ha creato delle aspettative verso il mondo che tu non ti saresti mai sognato di creare, dopodiché è tornato al suo posto e pubblicamente ha insinuato che hai deluso tutti. In pratica sei fottuto senza nemmeno aver aperto bocca.

L’unica soluzione sarebbe tagliare la corda a metà frase, che ne so lanciandoti dall’auto in corsa (a meno che tu non stia guidando: in quel caso eviteresti lo smacco solo uccidendo gli altri passeggeri, un’opzione che però personalmente non mi sentirei di escludere a priori) o da una finestra aperta (ma nei luoghi chiusi tutto è reso più complicato dalla calca che ti circonda nell’attesa spasmodica di sapere cosa mai risponderai alla frase di cui sopra).

Insomma, non chiedetemi di dirvi come sono i cinesi, e soprattutto non giustificate la vostra richiesta col fatto che vivo da queste parti da più di tre anni ormai (un altro di quegli avverbi che solo a sentirli mi provocano brividi di puro terrore).

In compenso posso spargere a terra delle mollichine, lasciando a voi l’arduo compito di unire i puntini. Poi però non prendetevela con me se la figura che verrà fuori somiglierà ad un dipinto post-cubista piuttosto che al classico pescatore dai contorni spigolosi da settimana enigmistica di vostro padre.

Ecco la mollichina di oggi. L’altro giorno durante la pausa pranzo, parlando delle nostre famiglie, una ragazza cinese mi rivela con grande candore che, nonostante la vecchia politica del figlio unico, ha due sorelle. Un caso non certo isolato, specie nei villaggi.

Se non fosse che prontamente aggiunge: “Quando è nata l’ultima delle mie sorelle, mia madre ha deciso di darla in affidamento a mia zia, che, poverina, non aveva mai potuto avere bambini.” E subito dopo rincara: “Ovviamente mia sorella non sa niente, crede di essere mia cugina e che mia zia sia la sua mamma biologica. In questo modo sono tutti più contenti. I miei genitori, che hanno dovuto sfamare due bocche anziché tre e sfuggire alle multe del governo, mia zia, che ha realizzato il suo sogno di avere un figlio tutto suo, e mia sorella, che ha beneficiato del fatto di essere figlia unica in termini di affetto e beni materiali.”

Se prima o poi glielo diranno? “Forse, ma ha già vent’anni, un marito e un figlio. Che differenza farebbe a questo punto?”

E lo chiamano pragmatismo.

E non c’è niente da capire.

(Francesco De Gregori)

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2 risposte a “Niente da capire

  1. come più volte ho scritto anche nei miei post (quelli che ormai risalgono ad almeno 3 anni fa, se non di più), le domande che ci venivano poste nelle nostre capatine in Italia o al ritorno definitivo erano sempre le stesse e le ritenevo di una stupidità atroce. Tipo: ma immagino che se andate a mangiare fuori non usate le bacchette, vero? o altre domande in cui i luoghi comuni la facevano da padrone. Quindi capisco benissimo e hai tutta la mia solidarietà.
    Sulla vicenda raccontata, davvero interessante. è il classico problem solving cinese!

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