Multietnicità

A Chengdu ci sono molte più possibilità di sperimentare cucine diverse da quella cinese, e questo non può che essere un bene data la velocità con cui mediamente ci si stanca dei piatti locali.

L’altra sera ad esempio volevano portarmi ad un ristorante svedese. Inutile dire che ho pensato subito all’IKEA e alle lunghe domeniche di molti italiani amanti delle polpette svedesi, ancor prima che dei mobili di legno dal design minimalista. Era l’occasione per cercare di superare la mia naturale diffidenza nei confronti di uno dei tanti fenomeni di massa degli ultimi anni: le polpette svedesi, per l’appunto.

È stato quindi grande il disappunto nello scoprire che il locale era chiuso causa ristrutturazione, ma fortunatamente la zona pullulava di ristoranti delle più svariate aree geografiche del mondo. Tra i grandi classici – indiani, arabi, xinjianesi – c’era una new entry che non mancò di attrarre la nostra attenzione: un ristorante africano. Che è un po’ come dire ristorante europeo o americano, ma che comunque fa un certo effetto.

Così, spinti dal nostro istintivo affetto per Mama Africa, optammo per questa soluzione, salvo pentircene un secondo dopo aver varcato la soglia. Un fail dopo l’altro. A cominciare dall’arredamento interno, che di africano aveva solo maschere nere appese alle pareti e foto random di persone di colore in pose da presidente.

Il secondo grande lol fu fare la conoscenza dello staff: uno smilzo cinesino che si ostinava a proporci il suo pessimo inglese nonostante fosse chiaro che parlassimo tutti cinese, una camerierabradipo che si trascinava faticosamente lungo la sala con indosso quello che doveva passare per abito tradizionale africano e un ragazzo straniero che si alzava dal suo divanetto solo per versarsi cicchetti.

E infine il colpo di grazia: il menu. Sembrava che qualcuno si fosse divertito a mescolare insieme piatti e paesi del mondo senza alcuna logica. C’era la famosa pizza hawaiana, l’insalata di brodo di anatra selvatica del Caucaso, il noto riso fritto misto italiano. Io ordinai un generico African Rice with Curry, uno degli unici due piatti che sembravano avere qualcosa a che fare col Continente Nero. L’altro aveva un nome esotico ma non era che una normalissima quesadilla messicana.

Tutto sommato il cibo non era cattivo e la birra piuttosto fresca, e ad un certo punto sembrava che ce la potessimo fare ad arrivare a fine serata senza un esaurimento nervoso. Ma non avevamo fatto i conti col cinesino dall’improbabile inglese e con la sua imbattibile idiozia.

Senza alcun motivo ci chiese se la luce andasse bene. Probabilmente interpretò il nostro sì come un no, dato che dopo qualche minuto le luci si abbassarono lasciandoci al buio, con fastidiosi neon che disegnavano sui nostri volti increduli motivi fosforescenti. Poi partì la musica. La più becera e ignorante, da club di quart’ordine.

E notammo con stupore e ribrezzo che il posto in cui eravamo malauguratamente entrati non esisteva più, era stato di colpo convertito in qualcosa di persino peggiore, tipo una bettola per hippoppettari tamarri a caccia di avventure. Come l’appartamento di Quagmire, che premendo un tasto si trasforma istantaneamente in squallido ritrovo per incontri occasionali.

Si era inoltre materializzato dal nulla un gruppo di cinesi amanti del fumo di sigaretta e dell’alcol di infima qualità. Forse erano parte dell’arredamento, al pari della TV al plasma e dell’impianto audio.

Quando uscimmo di lì improvvisamente l’inquinamento di Chengdu non ci sembrò la cosa peggiore del mondo, e nemmeno il traffico, il caldo asfissiante e le strade piene di gente che ti urla in faccia e sputa per terra.

Chiedo Fonzie e mi danno avanzi. Cristo, perchè?

(Elio e le Storie Tese)

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2 risposte a “Multietnicità

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