Lo voglio – La prima volta

In pratica dovevamo fingere di essere degli esperti del settore giunti in Cina per espandere i propri orizzonti dopo aver organizzato matrimoni di classe in Italia per oltre 10 anni.

Era tutto scritto nell’opuscolo promozionale che Monique aveva fatto stampare, con tanto di biografie personalizzate e foto. La mia era stata ritoccata in modo da nascondere le imperfezioni del viso, ma così facendo la mia pelle aveva assunto un colorito giallognolo piuttosto sospetto.

Il Tarantino sembrava invece un narcotrafficante colombiano, i capelli raccolti ordinatamente in un codino e l’impeccabile completo blu con panciotto e fazzoletto nel taschino. Nell’opuscolo c’era anche l’immagine di un allestimento esterno in un giardino all’inglese con un baldacchino bianco al centro. Nella didascalia si leggeva che la foto era stata scattata durante uno dei matrimoni che il Tarantino e Monique avevano pianificato in Italia durante la prima fase della loro duratura e proficua collaborazione.

Non so quanto la presenza di due sedicenti guru stranieri e delle altre baggianate scritte nell’opuscolo influì sulla decisione dei nostri primi clienti di affidarsi a noi. Probabilmente i due giovani innamorati erano più attratti dai prezzi, che Monique aveva cercato di tenere bassi per farci conoscere.

Comunque era fatta: la nostra carriera di wedding planners stava ufficialmente per decollare. Prima però dovevamo completare il nostro training, fin lì in realtà un po’ superficiale. Il Tarantino doveva acquisire una preparazione quanto più esauriente possibile su decorazioni, materiali e pianificazione dell’evento.

Quanto a me, dovevo imparare a muovermi e a pensare come un Dudao Laoshi, ruolo che ricordava quello del paggetto o valletto. In ciò venni affiancato da un cinesino vagamente insulso che ribattezzammo sin da subito Ciccio per via della pancetta perfettamente sferica e di quella sua espressione a dir poco stralunata.

Formalmente era l’assistente personale di Monique, con una preparazione di base nell’ambito dell’organizzazione di eventi. Di fatto, era divenuto il suo schiavo a tempo pieno, con mansioni simili a quelle di una comune domestica e senza facoltà di parola.

Ora, capirete che il fatto di essere più bravo del Ciccio come Dudao Laoshi non mi consolava affatto. In realtà mi sentivo ancora abbastanza impacciato, ma Monique intravedeva ampi margini di miglioramento. Non così per il cinesino, a cui la ragazzina non smetteva di ricordare quanto fosse inadatto per quel ruolo e per qualsiasi altra cosa che non fosse bollire l’acqua per il tè, lavare le tazze e trasportare il suo pesante computer.

Il giorno del matrimonio Monique ci fece arrivare diverse ore prima dell’inizio. Gli elevati costi sostenuti fino a quel momento per far partire la società le avevano impedito di assoldare una squadra che si occupasse dell’allestimento della sala, così tocco a noi quattro provvedere.

Il Tarantino mostrò immediatamente spiccate capacità nell’annodare fiocchettini dorati dietro le sedie. Io me la cavavo meglio con i fiori: bisognava togliere tutti i petali secchi o scoloriti e poi fissare i gambi nella spugna all’interno dei vasi o sulle macchine in modo da creare composizioni variopinte.

Poi arrivò il momento della mia prima performance ufficiale come Dudao Laoshi. Occorreva principalmente essere concentrati e cercare di seguire le indicazioni del presentatore sul da farsi: porgere il microfono agli sposi piuttosto che gli anelli, spingere delicatamente la torta al centro del palco per il fatidico taglio, far segno agli ospiti di applaudire.

Fortunatamente la presenza del Ciccio mi faceva apparire come una sorta di aggraziato adone e dubito che qualcuno si accorse della mia postura imperfetta e del portamento non proprio elegante.

Comunque andò tutto secondo i piani e, quando le luci sul palco si spensero, ci toccò rimettere tutto in ordine, fiocchettini e fiori compresi.

E questa è la storia di come, consapevolmente e senza troppi pentimenti, perdemmo un altro po’ della già poca dignità che ci era rimasta.

But suddenly I viddied that thinking was for the gloopy ones and that the oomny ones use, like, inspiration and what Bog sends.

(dal film “A Clockwork Orange”)

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