La cosa giusta

Do the right thing è considerato uno dei film più riusciti di Spike Lee. Racconta le vicende di un quartiere abitato principalmente da afroamericani in un giorno “come tanti altri”, focalizzandosi su un gruppo di personaggi. Tra questi, un italo-americano che gestisce una pizzeria insieme ai suoi due figli e il loro ragazzo delle consegne di colore, interpretato dallo stesso Lee.

Durante la giornata tutto sembra seguire la routine di sempre: i piccoli conflitti a sfondo razziale, i soliti battibecchi, l’insopportabile afa estiva. Ma questa volta anni di tensioni mai sopite finiscono per sfociare in una specie di guerriglia urbana in cui ci scappa anche il morto (il cliché, tristemente vero, del poliziotto bianco che uccide il ragazzo nero) e in cui la pizzeria dell’italo-americano, emblema del fallimento di ogni tentativo di integrazione razziale, viene completamente devastata.

Ho pensato subito a questa incredibile sequenza l’altro giorno, quando mi hanno raccontato ciò che era successo davanti ad uno dei bar più popolari tra gli stranieri di Kunming, in una delle aree più internazionali dell’intera città.

Ad oggi non esiste una versione ufficiale di come siano andate effettivamente le cose, quali siano stati i motivi dei disordini, chi abbia cominciato prima. Non che sia importante: ciò che veramente conta è che si sia trattato dell’episodio più grave a Kunming da 10 anni a questa parte.

Un’analisi superficiale potrebbe portare alla conclusione che siamo di fronte al naturale, per quanto estremo, esito di una non sempre facile convivenza tra stranieri e gente del luogo. E non soltanto perchè i motivi del litigio, sempre stando alle notizie trapelate, appaiono più che futili (il ragazzo straniero che annaspa col suo motorino tra i venditori ambulanti che affollano la strada; gli insulti molto gratuiti del ragazzo straniero agli ambulanti che gli impediscono di raggiungere il bar; la non brillantissima idea di un ambulante di puntare un laser negli occhi del ragazzo straniero; la reazione sconsiderata del ragazzo straniero), ma anche per l’esito finale (il ragazzo straniero che cerca asilo nel bar e il tentativo di una quarantina di ambulanti infuriati di fare irruzione nel locale per linciarlo, con lancio di bottiglie contro il bancone da un parte e uso di spray al peperoncino dall’altra).

Il bar ha riaperto soltato ieri e la situazione sembra essersi normalizzata, ma la vicenda si è lasciata dietro un certo strascico e molti occidentali, specialmente nel web, hanno inevitabilmente sollevato la questione delle difficoltà che molti di noi incontrano nel vivere in un Paese come la Cina e in una città come Kunming.

Il nocciolo è in realtà sempre lo stesso: premesso che tra noi e loro vi è un abisso apparentemente incolmabile e che non saremo certo noi a cambiare il loro modo di vivere (anche perchè chi ci dice che noi siamo nel giusto e loro nel torto?), dovremmo limitarci ad accettare tutto ciò che non ci va bene perchè siamo ospiti (o intrusi secondo qualcuno) oppure abbiamo il diritto di ribellarci, anche con toni aspri se la situazione lo richiede, ogniqualvolta riteniamo che ci abbiano mancato di rispetto?

Tra queste due posizioni radicali esistono mille sfumature: c’è chi si lamenta tutti i giorni di quanto siano incivili e maleducati i cinesi eppure non ha alcuna intenzione di andarsene; c’è chi giudica e disprezza la Cina di oggi senza aver mai aperto un libro sulla Cina di ieri; c’è chi vive qui da 10 anni e non parla una sola parola di mandarino perchè passa tutto il tempo seduto al bancone dello stesso bar con le stesse persone proprio come farebbe nel suo Paese (dove, tra l’altro, la birra è anche più buona); c’è chi è qui per imparare e cercare di capire, conscio che molte cose gli sembreranno incomprensibili ma pronto a rispettarle senza polemizzare troppo; c’è chi è qui solo per questioni di soldi e tornerà a casa senza nemmeno essersi reso conto di aver sprecato una grande opportunità.

C’ è chi decide di andarsene perchè pensa che potrebbe anche bastare così, e invece rimanda e rimanda e rimanda, finchè…

My people, my people, what can I say; say what I can. I saw it but didn’t believe it; I didn’t believe what I saw. Are we gonna live together? Together are we gonna live?

(dal film “Do the right thing”)

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2 risposte a “La cosa giusta

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