Quella volta che incontrai Frank Di Matteo (Parte 2)

È successo un paio di settimane fa e mi ha fatto riflettere sul senso del Carpe diem. Non perchè mi abbia cambiato la vita, ma perchè ha confermato un’idea che mi ha sempre affascinato: quanti nuovi insospettabili scenari possono aprirsi quando si decide di optare per un piuttosto che per un no.

Uno molto interessante ci si era appena spalancato dinanzi, a me e a Randie. Che ci aspettavamo di trovare in quella sala karaoke? Frank Di Matteo, l’artefice di quella bizzarra serata, si era congedato da noi. In compenso, diverse bottiglie scure con il suo nome riportato sull’etichetta erano state disposte sui due tavoli.

Ad uno di questi, come detto, sedevano due fanciulle dall’abbigliamento che può essere considerato vagamente attraente solo da coloro che hanno vissuto da queste parti abbastanza a lungo da aver smarrito ogni cognizione della decenza e della sobrietà. E da quelli che hanno trangugiato almeno un paio di bicchieri di vino, naturalmente.

In quel momento, io e il sassofonista americano potevamo dirci degni rappresentanti di entrambe le categorie. Le due pulzelle ne erano pienamente consapevoli – probabilmente erano state ben informate ed istruite in proposito – e ci attiravano verso di loro facendo ricorso ai mezzi più infallibili e spietati, canti compresi. Di quelli a cui non si può resistere, fatti apposta per irretire poveri marinai in balia delle onde che hanno bisogno di un porto confortevole dove passare la nottata.

Non ricordo bene cosa ho detto ad Ice (“Qual è il mio nome? Puoi chiamarmi Ice, tesoro”), ma sono pronto a scommettere che si è trattato delle solite frasi che si dicono in certe occasioni. “Sai che canti come un angelo?”, “Questo vestito ti sta proprio bene”, “Ci siamo già visti da qualche parte io e te?” Orrore. E ho scordato anche cos’ha detto lei.

Tutto, tranne una cosa. Aveva fatto un apprezzamento sul mio naso e, quando le ho fatto notare come nessuna ragazza avesse mai trovato il mio naso particolarmente interessante, ha semplicemente risposto: “Oh, ma io non sono come tutte le altre.” Poi si è alzata e si è rimessa a cantare.

Tutt’ora credo che stesse recitando, ma lo faceva talmente bene che non avrei mai avuto il coraggio di fermarla. E poi, non stavo recitando anch’io?  Randie, invece, aveva esaurito la sua esigua scorta di parole cinesi dopo 10 minuti, così si era messo ad accompagnare le ragazze col sax mentre cantavano.

E dopo cos’è successo? Di sicuro abbiamo lasciato il KTV, sebbene non mi sia chiaro quante ore fossero passate, e ci siamo infilati in una macchina. Ice si è messa alla guida. La guardavo attraverso lo specchietto retrovisore, ma lei non staccava gli occhi dalla strada.

Quella è stata l’ultima volta che ho avuto modo di osservare attentamente i suoi lineamenti. Sto cercando, con molta fatica, di ricostruirne mentalmente il volto, la forma delle labbra, del naso, delle orecchie, ma i dettagli continuano a sfuggirmi. Quel che so per certo è che la trovai incredibilmente bella.

Glielo avrei detto, magari provando a farle capire che si trattava di un complimento del tutto disinteressato, se non fosse sparita subito dopo essere entrati in una discoteca. Anche Randie aveva perso la sua, sebbene in senso metaforico (si era accasciata su un divano inerme dopo l’ennesimo bicchiere).

Ci è bastato un rapido cenno, nella confusione e semi-oscurità del locale, per capire che era finita. Avevamo fatto il nostro e adesso potevamo ritirarci senza troppi rimpianti.

Non ho più visto nemmeno il vecchio Randie da quella sera. Ho sentito che ultimamente si è esibito in un matrimonio da 300.000 yuan in un resort di lusso. Una roba da ricconi.

Sarebbe bello, un giorno, trovarsi per caso davanti a due birre e ridere pensando a come sia andata quella volta che abbiamo incontrato Frank Di Matteo.

Non sarà il canto delle sirene che c’innamorerà, noi lo conosciamo bene, l’abbiamo sentito già.

(Francesco De Gregori)

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