Quella volta che incontrai Frank Di Matteo (Parte 1)

È successo un paio di settimane fa e mi ha fatto riflettere sul senso del Carpe diem. Non perché mi abbia cambiato la vita, ma perché ha confermato un’idea che mi ha sempre affascinato: quanti nuovi insospettabili scenari possono aprirsi quando si decide di optare per un piuttosto che per un no.

Certo, Frank ci ha messo del suo: l’evento esclusivo ad inviti, il luogo tenuto segreto fino a due ore prima dell’inizio, i costanti riferimenti al dress code. La vecchia volpe sa il fatto suo. Sa che per vendere del vino di importazione ai cinesi occorre scegliere con cura il luogo (un centro karaoke molto chic è l’ideale), servirne una qualità molto dolce e poco alcolica (di quelle che ti fanno venire voglia di diventare un ubriacone) e invitare un bel po’ di stranieri per garantirsi una buona immagine.

Nella lista c’era anche il Tarantino, anima della vita notturna a Kunming, ma quel giorno non era particolarmente in forma. “Perchè non ci vai tu?” mi fa di punto in bianco. “Dai un po’ di biglietti da visita, vedi che aria tira.” Ed eccomi al KTV vestito di tutto punto, curioso di vedere cosa si è inventato questo australiano dal cognome italiano.

Non fatico a riconoscerlo tra la folla: è quello vestito di nero dal faccione rubicondo e i capelli brizzolati che stringe mani a destra e a manca. Quando arriva il mio turno, spalanca le braccia ed esclama in napoletano: “Giusè comme staje, io sò Franco.”

Ho giusto il tempo di fargli qualche domanda, che dal palco richiedono la sua presenza per l’inizio della presentazione. Non si è imbarcato su una nave diretta dall’altra parte del mondo che era un bambino, Frank. In Australia ci è nato e cresciuto, anche se evidentemente ciò non gli ha impedito di preservare tratti di genuina italianità, di quella mediterranea. Sono piccoli dettagli, come il modo di parlare, la postura, il taglio degli occhi quando sorride. Persino il suo invitare continuamente gli ospiti a bere: lo fa come se non gli importasse granché di vendere qualche bottiglia, come se avesse solo piacere che tutti assaggino e apprezzino il suo vino.

Tra una presentazione e un’altra, mentre una jazz band straniera intrattiene gli ospiti, ricomincia daccapo il giro dei saluti. Quando parla della McLaren Vale, nel sud dell’Australia, Frank quasi si commuove. Si direbbe che il mestiere a cui ha dedicato la propria vita non avrebbe senso se svolto lontano da quelle colline sconfinate baciate dal sole.

“Una volta che il vino è imbottigliato, prendo l’areo e giro per il mondo per farlo assaggiare e conoscere. Torno ad Avellino ogni volta che ne ho l’occasione. Qui in Cina ci vengo almeno una volta al mese, ma forse dovrei farlo più spesso.”

Già, perché a questi il vino comincia a piacere sul serio, specialmente quello fruttato e dalla gradazione non troppo alta.

Verso le 10, Frank comincia la presentazione del quinto e ultimo vino. “Finalmente qualcosa che sappia di vino” mi fa Randie accostando il suo calice al mio. “Li hai assaggiati gli altri? Una roba imbevibile.” È un sassofonista americano di mezza età che, come molti altri qui a Kunming, ad un certo punto della propria vita ha scelto di mandare al diavolo tutto e vivere della propria musica. Gli chiedo come è andata la performance e lui, stringendosi nelle spalle, risponde: “Pubblico poco esigente, rapida e indolore.”

Dal palco, Frank ringrazia i presenti e invita ad un ultimo brindisi. Poi si avvicina a me e Randie e, con la solita aria cordiale, ci porge una bottiglia ciascuno.

“Giusè, vieni a trovarmi in Australia qualche volta, sono sicuro che ti piacerà. Ora devo scappare, ma voi due restate pure a bere qualcosa. Seguite la signorina e buon divertimento.”

Ecco un altro di quei momenti in cui scegliere di accettare piuttosto che di rifiutare può fare una grande differenza. Ma, a questo punto della serata, non c’è spazio per dubbi e ripensamenti, così io e il sassofonista ci lasciamo guidare per corridoi fatti di porte numerate e specchi attaccati alle pareti. Mentre camminiamo rivelo a Randie di non aver molta voglia di mettermi a cantare. “E chi ha parlato di cantare?” replica l’americano.

La sala in cui ci fanno entrare è abbastanza grande, con due grandi schermi per il Karaoke e due divani. Uno di questi è occupato da un gruppo di cinesi sulla trentina, l’altro da due ragazze che stanno bevendo del vino di Frank Di Matteo e che ci fanno cenno di avvicinarci…

Il vino e l’uomo mi fanno pensare a due lottatori tra loro amici, che si combattono senza tregua, e continuamente rifanno la pace. Il vinto abbraccia sempre il vincitore.(Charles Baudelaire)
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