Al Maestro Quintino

Egregio Maestro,

chi scrive è un suo dei suoi discepoli più affezionati e devoti.

Innanzitutto, desidero farle i miei più sentiti auguri per un sereno compleanno. Quando ho saputo che compiva 50 anni, devo ammettere di essere rimasto un po’ sorpreso. Poi mi sono detto che il tempo passa per tutti, anche per i talenti precoci, quelli che entrano nella leggenda non ancora trentenni.

Non avevo cominciato nemmeno l’università quando mi introdussero ad uno dei suoi massimi capolavori, Pulp Fiction. Non lo apprezzai particolarmente la prima volta – non ero ancora un cinefilo a quei tempi – però, allo scorrere dei titoli di coda, sapevo perfettamente di essere stato messo di fronte a qualcosa di completamente nuovo.

E difatti si rivelò uno spartiacque. Quando guardai Le Iene mi fu tutto più chiaro: l’uso dei dialoghi, la definizione dei personaggi, la scelta delle musiche, le soluzioni narrative adottate. Quel giorno – era un pomeriggio soleggiato di inizio primavera se non ricordo male – decisi solennemente che, semmai mi fossi trovato a raccontare una storia, l’avrei fatto esattamente in quel modo.

Poco dopo riguardai Pulp Fiction per la seconda volta ed ebbi un’altra, altrettanto importante, folgorazione: la scena in cui Vincent Vega e Mia Wallace ballano sulle note di You never can tell al Jack Rabbit Slim’s era senza dubbio la più bella mai vista in un film.

Più volte, in seguito, questa convinzione vacillò seriamente (Jackie Brown che cammina con disinvoltura dopo aver infilato mazzette di banconote in una busta piena di libri; Beatrix Kiddo che rompe una bara a suon di pugni e riemerge da sotto terra come uno zombie assetato di vendetta; la lap dance a Kurt Russel – a proposito, l’abbiamo già perdonata per quel film, non si preoccupi; le fiamme che inghiottono inesorabilmente Adolf Hitler e i suoi uomini; l’improvvisa escalation di violenza nella tenuta di Monsieur Candie), ma ancora oggi quella scena rimane per me l’emblema del suo cinema, ne racchiude genialità e ironia.

Ultimamente ho letto della sua intenzione di concludere la sua carriera al decimo film. Mi lasci dire che, nel caso ciò dovesse accadere veramente, di sicuro non sarei tra quelli (e non saranno pochi, mi creda) che inonderanno i social network di commenti delusi ed amareggiati, non firmerei petizioni on-line (sembra ridicolo, ma a qualcuno verrà in mente anche questa idea), non mi chiuderei in casa in preda allo sconforto, non smetterei di adorare il cinema. Accetterei e rispetterei la sua presa di posizione, non senza accusare il colpo, beninteso.

Le chiedo, però, di pensarci su ancora un po’.

L’altra sera, proprio il giorno del suo compleanno, mi sono dedicato alla visione della sua ultima fatica, Django, e, per quello che possa valere la mia opinione, ritengo che non esista un solo motivo per cui lei debba smettere di fare quello che le riesce meglio.

Infine, vuole sapere una cosa buffa? Non ho mai guardato uno dei suoi film al cinema. È strano, perchè amo andarci, specialmente per i miei registi preferiti. È solo che non si sono mai verificate le condizioni necessarie affinchè accadesse, considerando anche che ho iniziato ad apprezzare il suo cinema un po’ in ritardo. Oppure l’ho fatto inconsciamente, per mantenere quella dimensione di intimità e solitudine che solo le visioni casalinghe possono offrire.

Immagino che lei ne sappia qualcosa, date le storie che si raccontano sulle ore che ha passato in una videoteca del Tennessee a guardare film di cui il 90% delle persone non aveva mai nemmeno sentito parlare.

Le scriverò di nuovo per uno dei suoi prossimi compleanni, uno a caso. E chissà di quale suo altro capolavoro staremo a parlare.

I steal from every single movie ever made. If people don’t like that, then tough tills, don’t go and see it, all right? I steal from everything. Great artists steal, they don’t do homages. (Quentin Tarantino)

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