Il Porto Profumato e altre Meraviglie (parte 2)

Hong Kong, 17 dicembre 2012

Di transito a Hong Kong per un paio di giorni, mi imbatto in un ragazzo italiano residente a Shenzhen…

Dieci minuti dopo eravamo sul traghetto che unisce Kowloon ad Hong Kong Island, solo 7 giri d’orologio per passare dal cuore del turismo a quello dell’alta finanza. Pat scrutava in silenzio le increspature dell’acqua, grigia come il cielo sopra di noi, mentre io ero incantato e un po’ intimorito dalla schiera di grattacieli avvolti nella nebbia che sembravano posti a protezione di quel Regno delle possibilità e delle promesse di ricchezza.

Una volta dall’altra parte, siamo saliti su un bus a due piani pieno di famiglie, prevalentemente filippine, indonesiane e malesi. Pat si guardava intorno e scuoteva la testa. “Ti è andata male pal, oggi è uno di quei giorni in cui dal Monte Victoria non si vede un beneamato.”

E difatti, giunti sul punto più alto di tutta l’isola, ci si sentiva come in un racconto giallo ambientato nella Londra Vittoriana. “So io come tirarti su il morale. C’è un posticino vicino all’ippodromo,  un pub inglese. Come tutte le cose belle di questo mondo l’ho trovato un po’ per caso, e da quel giorno ci faccio una capatina ogni volta che mi trovo da queste parti.”

Ma era troppo presto e “The Jockey” era ancora chiuso, così abbiamo ripiegato sul pub delle due filippine, che tra l’altro non è affatto male.

“Forse è meglio così” dice Pat vuotando il boccale. “Quel posto rievoca troppi ricordi. Sai, quando l’ho scoperto ero con lei.” Ancora la russa. Ogni volta che parla di lei, il faccione del padovano si rabbuia di colpo. È solo un attimo, dopodiché Pat torna il buontempone di sempre e ricomincia a scherzare con tutte le persone che incontra come se le conoscesse da una vita. Ed è così naturale e spontaneo che nessuno si sogna di restarci male. Mentre lo osservo penso a come sarebbe diversa la mia vita se solo avessi un briciolo della sua sfacciataggine.

“Conti di restare in Cina per molto?” mi chiede mentre scorre il lungo elenco di birre sul menu. Gli rispondo che ci resterò finché sarà necessario.

“Io invece mi sono dato un limite. Un paio d’anni, e poi tornerò nell’unico posto al mondo di cui mi sia davvero innamorato: il Messico. Il giorno che sono partito da lì ho pianto come un bambino. Non avrei mai pensato di riuscire ancora a piangere così.”

Le nostre strade si dividono qualche ora più tardi, davanti all’ingresso della metropolitana. Lui trascorrerà la notte in aeroporto, io tornerò nel mio buco di camera senza finestre. “Ci si becca domattina in aeroporto allora. Il mio aereo parte un’ora dopo del tuo.” Ma entrambi sappiamo che probabilmente passerà ben più di una notte prima di riuscire a vederci di nuovo.

Sulla strada per il mio ostello, a Kowloon, mi volto per un attimo ad osservare lo skyline di Hong Kong Island, che adesso sembra sorridermi ed augurarmi buon viaggio. E non posso fare a meno di sentirmi, ancora una volta, un privilegiato.

Poi questo pensiero viene soppiantato da un altro, ben più intenso.

Sto tornando a casa.

Non sempre incontri persone che ti cambiano la vita o ti servono per migliorare. Spesso è solo questione di sfiga. (da “A Midsummer Night’s Dream”)

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