Via dalla città della nebbia e delle pentole di fuoco

Quando il grosso sleeping bus lascia la stazione dei pullman e si immette nelle caotiche arterie della città, ho i piedi zuppi e un gran mal di testa. L’orologio elettronico in alto di fronte a me mi informa che sono quasi le 8 di sera, non che a Chongqing questo abbia molta importanza. Da queste parti le giornate assomigliano a strade diritte che procedono a perdita d’occhio, senza inizio nè fine, senza svolte o deviazioni lungo il percorso. Il cielo mantiene quel suo colorito livido e greve dalla mattina alla sera e per intere ore il tempo semplicemente resta immobile. Lo senti sopra di te quel cielo, con tutta la sua minacciosa imponenza, sempre più vicino. Ti impedisce di respirare, getta un velo scuro sul tuo umore, ti succhia via le energie ad ogni passo. Scrutandolo non puoi fare a meno di chiederti quando si deciderà ad esplodere, e l’attesa è straziante. Sembra il faccione di un bambino perennemente contratto in una smorfia di dolore e amarezza, la tipica espressione che precede il pianto. Ma nemmeno l’ombra di una lacrima. È andata avanti così per due giorni, mentre camminavamo increduli tra le macerie scintillanti del boom edilizio e consumavamo litri d’acqua minerale per far fronte all’ingente perdita di liquidi dovuta all’afa infernale di fine giugno. Poi stamattina il cielo è finalmente scoppiato in un pianto liberatorio ed inarrestabile. Chissà quanta sofferenza si teneva dentro. E come si potrebbe biasimarlo: nel giro di vent’anni ha visto la città sotto di lui cambiare a ritmo incessante, trasformarsi inesorabilmente in un obrobrio metropolitano. È cominciato tutto dalla fine degli anni ’70, come per molte altre metropoli cinesi, ma le cose hanno preso decisamente un’altra piega nel 1997. In quell’anno Chongqing si distaccò dalla provincia del Sichuan e divenne una municipalità autonoma come Beijing, Tianjin e Shanghai. Nell’ambito del programma di “sviluppo dell’ovest”, ricevette sostanziosi fondi dal governo, cominciò ad attrarre investitori cinesi e stranieri, si espanse fino a raggiungere una popolazione totale di circa 32 milioni di persone. I risultati di tutto questo ho potuto constatarli in questi tre giorni: abitazioni tradizionali su palafitte rase al suolo per lasciare posto ai grattacieli, elevato tasso di inquinamento, marcati squilibri sociali e un gap tra ricchi e poveri che diviene sempre più incolmabile.
Non certo la mia città ideale, penso mentre il pulman che mi sta riportando a Kunming costeggia uno dei due fiumi che attraversano la città. Il colore dell’acqua, manco a dirlo, è tra il marrone e il verde. Sulla superficie spuntano qua e là piccoli lembi di terra dove qualche pescatore aspetta immobile con la canna tra le mani. Mi è addirittura sembrato di vederne qualcuno immergersi nell’acqua fino alle ginocchia. Al di là del fiume, gli enormi grattacieli sono schierati uno di fianco all’altro come invincibili titani avvolti da una nebbia fittissima che ne rende le fattezze persino più mostruose. Mi strofino i piedi raggrinziti e umidi. Stamattina, dopo aver lasciato l’ostello, le mie false adidas comprate a 100 yuan (circa 12 euro) hanno retto solo per una trentina di minuti, poi l’acqua ha cominciato a penetrare il rivestimento esterno, arrivando ai calzini e infine ai piedi. Nel bel mezzo dell’acquazzone abbiamo trovato rifugio in un museo che ripercorreva le vicende dell’accordo segreto firmato nel 1943 tra il Kuomintang di Chiang Kai-shek, la fazione politica in opposizione ai comunisti, e gli Stati Uniti. Durante la guerra civile tra Kuomintang e comunisti, Chongqing era una delle roccaforti della cricca di Chiang Kai-shek e in tutta la città sorgevano uffici, campi di addestramento e prigioni dove erano detenuti traditori e avversari politici. Una di queste è stata oggi trasformata in una sorta di santuario per celebrare i 300 martiri comunisti uccisi qui nel 1949, anno della vittoria dell’esercito di Mao e della fondazione della Repubblica Popolare.
Quando ci è sembrato il caso di uscire dal museo, di cui ormai conoscevamo ogni angolo viste le abbondanti tre ore trascorse al suo interno, la pioggia naturalmente non era cessata e mancavano ancora diverse ore alla partenza. A quel punto c’era soltanto una cosa da fare: mangiare. Lasciate che vi racconti qualcosa sul cibo locale. La cucina di Chongqing, così come quella del Sichuan, predilige decisamente i sapori forti e l’abuso di peperoncino costituisce la regola. Definire questi piatti semplicemente “piccanti” sarebbe poco. Si tratta di una vera e propria tortura per labbra e lingua, che dopo un po’ divengono insensibili a qualsiasi sapore tanto sono intorpidite. La gente va pazza per la lo huoguo (letteralmente “pentola di fuoco”). L’idea è tanto semplice quanto efficace: si riempie un pentolone di brodo bollente e piccantissimo e vi si fa cuocere di tutto. Viscere di qualsiasi animale, funghi, calamari, tofu, radici di loto e chi più ne ha più ne metta. Vi chiederete: “Ma come si fa con quel caldo?” Che vi devo dire, in qualche modo si fa. E poi la gente del luogo sotiene che questo piatto, oltre a tenere caldi in inverno, rinfresca il corpo quando la temperatura sale poichè fa sudare parecchio. Sarà anche così, ma personalmente preferisco rinfrescare il mio corpo davanti ad un condizionatore acceso a palla piuttosto che grondando copiosamente liquidi di scarto.
E proprio pensando alla pentola di fuoco, al brodo fumoso e rosso che ribolle al suo interno come lava nella bocca di un vulcano, chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno profondo come non mi capitava di fare da tempo, men che meno su un pulman che procede a strattoni sbatacchiandomi qua e là. Mi risveglio che sono quasi a Kunming e il cielo è tornato sereno. Quando scendo dal bus sciami di tassisti mi circondano pensando sia un turista venuto a visitare la città dell’Eterna Primavera per qualche giorno. Vorrei dir loro che qui ci abito già da 8 mesi e che possono risparmiarsi tutte le loro manfrine. Invece abbasso la testa e tiro dritto verso casa.

Dovremmo lavorare solo quando piove e appena viene il sole far canzoni nuove (Antoine)

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