Muovi il culo

Adesso che frequento i luoghi più cool di Kunming insieme al tarantino, tra feste in barca, concerti rock ed esposizioni di vini pregiati in lussuosi ristoranti, debbo cominciare a darmi un tono. Innanzitutto niente più t-shirt, bisogna tirare fuori le camicie. Bianche o nere a seconda della serata, messe in evidenza da una cintura sobria e raffinata. Ho anche chiuso con le scarpe da ginnastica: solo mocassini, scuri o beige. La barbetta la lascio crescere giusto un pò, perché non averne proprio mi farebbe sembrare un ragazzino privo d’esperienza ed averne troppa mi renderebbe trasandato. Ho cominciato anche ad usare creme per il viso, per le mani, per le gambe, per i piedi. Sì, ci sono anche creme per i piedi. E poi, appuntamento fisso dal parrucchiere di fiducia almeno una volta ogni quindici giorni per tenere a bada il mio ciuffo ribelle. I peli non ho avuto il coraggio di toccarli: sono ancora all’inizio della mia escalation estetica e devo andare per gradi. Inoltre da queste parti sono merce rara, quindi perché dovrei privarmene? C’è però una cosa che proprio non sopporto di me e di cui è arrivato il momento di sbarazzarsi. La panza. La panza è una caratteristica che distingue i Laganà da generazioni. Non importa quanto mangi o quale sia il tuo stile di vita: se sei un Laganà prima o poi avrai la panza. Per un pò di tempo la guarderai con sospetto, ne scruterai attentamente la rotondità, ne constaterai con orrore la consistenza molliccia. Finché un giorno la accetterai per quello che è: una parte di te. Una brutta parte di te, come le unghie sporche e incarnite, la forfora, i brufoli e il cerume delle orecchie, ma pur sempre una parte di te. Così smetterai di farci caso, la porterai a spasso come si fa con un animaletto domestico dall’aspetto raccapricciante. Col tempo imparerai persino a volerne bene, a guardarla con una punta di orgoglio, a darle un nome. Quello sarà l’inizio della fine. Di peggio c’è solo sollevarsi la maglia della salute sudaticcia lasciando la panza scoperta in un afoso giorno d’estate. Io per fortuna mi sono fermato al nome. L’avevo chiamata Roberta. Un bel nome, deciso e allo stesso tempo grazioso. Azzeccatissimo per una panza. Ma questo è stato prima della mia consacrazione ad emblema dell’inimitabile stile italiano nel mondo. Ora le cose sono cambiate e Roberta ha le ore contate. “Proprio così”, dissi un giorno guardandola dritta nell’ombelico, “abbiamo passato bei momenti insieme, ci siamo voluti bene, ci siamo dati tanto. Ma è finita. Capito? Finitaaaaaaaaa. E non cominciare a sudare che non mi impietosisci sai? Dai, non fare così. Meglio questo che la liposuzione, no?”
Tornare a calcare la soffice moquette di una palestra dopo mesi di pressoché totale inattività fisica è un passo importante nella vita di ognuno. La prima cosa da fare per evitare uno shock è procurarsi un amico/a fidato/a con cui fare il primo passo, quello forse più difficile: l’iscrizione. C’era solo una persona che sarebbe stata disposta ad accompagnarmi in questa folle impresa: Irene. Ci incontrammo una volta al Salvador’s e, davanti a due birre, stendemmo il nostro piano d’azione. “Questa qui ha anche la sauna”, “Troppo lontana, ce ne serve una al centro, facile da raggiungere per entrambi”, “Questa sembra carina, che ne pensi?”, “Non saprei, troppi feedback negativi. Dai un’occhiata a quest’altra: è al quinto piano e dai tapis-roulant si può vedere tutta Kunming”, “Negativo, non ce la possiamo permettere.” Andammo avanti così per ore, mentre le bottiglie di birra sul nostro tavolo si moltiplicavano a ritmo incessante. Quando le cameriere ci dissero che il locale stava per chiudere eravamo devastati e anche un pò sbronzi, ma con in mano la soluzione ai nostri problemi. Si chiamava “Palestra del Buon Mattino”, perché, come recitava uno slogan sul volantino, “la cura del proprio corpo comincia già dal mattino.” Ci andammo qualche giorno dopo, pronti a dare battaglia sul prezzo. Ci fecero fare un giro della palestra. Non era davvero niente male, con varie sale piene di attrezzi di ogni tipo. Anche i bagni parevano abbastanza puliti. Finita la visita, ci fecero accomodare su dei divanetti rossi e ci presentarono ad un uomo pelato in giacca e cravatta, probabilmente il manager. Un individuo che con l’Universo-palestra apparentemente non aveva nulla a che spartire: basso e tarchiato, con due lenti spesse come tappi di bottiglia, più che camminare sembrava strisciare, trascinandosi faticosamente tutto il peso del suo corpo abbandonato a sè stesso da tempo immemore. La sua prima offerta fu di 550 yuan a persona (circa 60 euro) per cinque mesi. Niente da fare. La contrattazione fu rapida e alla fine ci accordammo per 450 yuan. Non male. Avevo appena dichiarato guerra a Roberta.
Sono passati tre mesi da quel giorno e la mia disputa con Roberta non si è ancora risolta a favore di nessuna delle due parti in campo, nel senso che lei proprio non ci sta ad andarsene e io non mi arrendo all’idea di tenermela. In compenso posso dire di saperne qualcosa di più su quel microcosmo che è la palestra in Cina, delle leggi che lo regolano e degli esseri che lo popolano. Dovete sapere che una palestra cinese in apparenza non ha niente di diverso da quelle in cui siamo abituati ad allenarci in Italia. C’è gente che corre sul tapis-roulant, chi fa la cyclette, chi allena gli addominali, chi pompa i bicipiti, chi segue lezioni di aerobica. Insomma, tutto normale si direbbe. Eppure trascorrendoci del tempo ci si sente come colti da una strana inquietudine che non si sa bene a cosa attribuire. Così ti guardi intorno aguzzando la vista e tendendo le orecchie. E di colpo cominci a notare tanti piccoli dettagli che semplicemente stonano con tutto il resto. È come un quadro che visto da lontano sembra impeccabile ma ti basta avvicinarti un pò per renderti conto che tutto è fuori posto: le persone hanno la testa alla rovescia, i pesci hanno le ali e fluttuano nell’aria, gli alberi assomigliano a ragnatele, il laghetto è una distesa di cemento grigio. La palestra cinese è come un dipinto di Dalì, la rappresentazione surrealistica di un sogno in cui ogni cosa non funziona come dovrebbe, non ha l’aspetto che dovrebbe avere.
Ho raccolto queste stranezze in quattro macro – categorie:
1 L’abito non fa il monaco. Chi l’ha detto che per fare attività fisica si debbano indossare indumenti comodi e che lascino traspirare la pelle? I cinesi hanno ribaltato le nostre superate concezioni riguardo l’abbigliamento sportivo. Si può benissimo sollevare pesi in jeans e canotta, o correre sul tapis – roulant in giacca e cravatta, o ancora andarsene di sala in sala con ai piedi sandali da spiaggia.
2 Hai voluto la cyclette? Ora pedala… più forte. In un Paese democratico una persona che si iscrive in palestra tecnicamente sarebbe libera di usare la cyclette come meglio crede. Ma qui siamo in Cina e non c’è spazio per alcuna forma di individualismo. Se hai voglia di pedalare un pò non hai altra scelta se non quella di partecipare ad una tremenda sessione di spinning. Un’altra di quelle cose che, insieme al Karaoke, i cinesi prendono inspiegabilmente sul serio. Ci vuole del fegato per entrare lì dentro, e non solo a causa dell’orribile musica techno che sparano a tutto volume, non solo per la totale mancanza di ossigeno. Ci vuole del fegato a trovarsi faccia a faccia con lei, l’istruttrice, metà donna e metà bicicletta. Una delle cinesi più cattive della storia con i suoi tatuaggi intimidatori, il suo volto perenemmente contratto in una smorfia di fatica e soddisfazione, le sue gambe marmoree, la sua voce acuta. A volte di notte mi sembra quasi di sentire le sue urla agghiaccianti. “Siete già stanchi?”
3 L’antica arte di impezzare. Chiamasi “impezzatore” quel cinese esterofilo e scassacazzo che non appena vede uno straniero vi si fionda incontro e comincia a dire sciocchezze in un inglese più che stentato. Gli impezzatori sono dappertutto: nelle discoteche, agli angoli delle strade, in fila alla posta, al ristorante. Naturalmente affollano anche le palestre. Uno di loro, successivamente ribattezzato “The Natural Born Impezzator” oppure semplicemente “Il Cretino”, l’abbiamo incontrato il primo giorno e da allora non ci ha mollati un attimo. L’ultima volta che l’abbiamo visto ci ha rivelato con orgoglio per nulla dissimulato che prossimamente si recherà a Chengdu, nel Sichuan, per richiedere il visto per gli Stati Uniti, e poi tutta vita in California. “Spero di non incontrare cinesi, altrimenti non posso migliorare il mio inglese. E spero anche di non incontrare giapponesi, altrimenti sicuramente cominceremo a litigare. Ora devo andare, è appena arrivato un mio amico americano.” Un altro impezzatore, poi rinominato “Il Pelofilo”, mi ha impezzato negli spogliatoi. “Quanti bei peli” mi ha sussurrato un giorno mentre mi asciugavo i capelli. “Alle ragazze piacciono, e anche a me.” Poi è rimasto a fissarmi con occhi colmi di desiderio. “Il Panda” è un ragazzo grassottello che viene dal Sichuan. Non appena ha visto Irene se ne è invaghito e ha provato ad impezzarla con la tenacia fastidiosa di un cagnolino che ti si attacca alla gamba e non ha intenzione di mollare la presa. “Voi due siete sposati?” ci ha chiesto un giorno. Io e Irene ci siamo guardati negli occhi, poi io ho detto: “Sì, e abbiamo anche due figli, perciò smamma.”
4 Altri mondi. Davanti alla sala degli attrezzi c’è una vetrata che separa due mondi che forse non si incontreranno mai. Da una parte una mandria di uomini sudati e puzzolenti e dall’altra una sfilata di meravigliose pulzelle che si appendono ad un palo e girano vorticosamente, mettendo in mostra cosce sode e curve mozzafiato. Come queste incantevoli creature siano finite lì dentro, resta un mistero. A volte indugio per qualche istante davanti alla vetrata, chiedendomi se non sia tutta una colossale allucinazione collettiva, un miraggio causato dall’elevato tasso di testosterone che normalmente si registra in una palestra. Se così fosse, ad uscire da quella porta non saranno stupende e sensuali cinesine di vent’anni, ma donne di mezza età dall’aria sfatta e dal fisico cadente.
E allora mi allontano velocemente dalla vetrata e lascio che l’illusione continui l’indomani alla stessa ora.

Non sono un atleta. Ho cattivi riflessi. Una volta sono stato investito da un’auto spinta da due tizi. (Woody Allen)

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