“L’oceano, nella sua generosa maestosità, accoglie dentro di sé miriadi di fiumi”

Ultimamente rientrare a casa la sera non è così rilassante e gratificante come in passato. L’assenza di Mamma di Nancy comincia a farsi sentire. È da tre settimane ormai che se ne sta a casa sua a Pu’er, località dello Yunnan famosa per una varietà di tè che ancora non ho avuto il piacere di assaggiare. Anche la neozelandese latita da quasi un mese. Dovrebbe tornare a giorni, ma nel frattempo non posso fare altro che condividere gli spazi comuni con la sola Nancy. Per carità, non è una di quelle convivenze difficili e tormentate, e questo soprattutto per merito della mia condiscendenza e tolleranza. Il problema è lo stesso da mesi: io e Nancy non riusciamo a capirci. Non è una mera questione linguistica, dal momento che lei parla un inglese eccellente, è solo che i nostri due universi si scontrano sistematicamente ogni volta che ci troviamo nella stessa stanza. Io, che sono animato da una irresistibile curiosità verso ciò che non conosco e che mi pare lontano anni luce da me, non mollo mai l’osso, cerco di ribattere colpo su colpo, di capire il perché di tutto quello che fa o dice. Lei, che è vittima di una profonda diffidenza e inquietudine verso ciò che è estraneo al suo piccolo mondo dai confini ben segnati, a volte non mi risponde nemmeno, e quando mi degna di questo onore lo fa con assunti che non lasciano possibilità di replica. Come se si portasse tutta la conoscenza esistente in tasca e ogni tanto ne offrisse una manciata a qualche sprovveduto, negando categoricamente la possibilità che in quel minuscolo buco dove di tanto in tanto infila la mano ci entri qualcos’altro. Di solito quando arrivo me la ritrovo compostamente seduta sul divano davanti ad un antiquato Toshiba con gli occhi spenti e il viso sfatto, senza nemmeno l’energia necessaria a trascinarsi in cucina e prepararsi una misera cena. Probabilmente fa un lavoro stressante, oppure la sua salute cagionevole le impedisce di sopportare certi ritmi. Ma questa non è una di quelle volte. Lo capisco non appena mi richiudo la pesante porta alle spalle. Lei è tutto un saltellare e un canticchiare per la casa. “Un altro dei suoi vertiginosi sbalzi d’umore”,  penso tra me e me, “tipico delle persone dalla psiche instabile e leggermente disturbata.” Mi tolgo le scarpe e punto dritto alla mia camera, ma lei mi intercetta a metà strada. “Hai cenato o no? Dai, mangiamo qualcosa insieme.” Gli occhi scuri, normalmente vitrei, ora brillano di una qualche luce sconosciuta. “Faccio un paio di chiamate e poi mangiamo, va bene?”. E detto questo si allontana zampettando come una quindicenne al suo primo appuntamento. Io la osservo, vagamente rapito da cotanta follia, e mi preparo ad un’altra stimolante lezione di “psicologia nancyana”. Mi sdraio sul letto e mi metto ad ascoltare. Nancy parla con voce concitata, ogni tanto esplode in improvvise risate un pò forzate. I suoi sono veri e propri monologhi, tanto che mi chiedo se dall’altra parte ci sia veramente qualcuno che la ascolti o se stia parlando con una segreteria telefonica. Fa lo stesso con sua madre, la sera a cena, quando le racconta com’è andata la sua giornata facendo il possibile per non omettere alcun particolare. La povera donna non può far altro che sorbirsi in silenzio queste interminabili tiritere e aspettare che la figlia non abbia più fiato per parlare. Nancy mette giù dopo aver salutato. Non ci ho capito molto, ma sembra che abbia invitato qualcuno a qualche evento che si terrà il giorno dopo. Nemmeno un minuto e Nancy riattacca con la medesima cantilena, chissà chi è la vittima questa volta. Sì, sta organizzando un qualche tipo di avvenimento per l’indomani e sta cercando di reclutare gente a destra e a manca. Finita la telefonata, la sento alzarsi dal divano e dirigersi verso la cucina. La raggiungo, con lo stomaco che rumorosamente reclama cibo, e, prima che possa dire qualsiasi cosa, lei mi chiede: “Lo sai che giorno è domani?” Martedì, mercoledì forse, che differenza fa… “Ma come”, incalza lei, “domani è San Valentino!” Splendido, è passato un altro anno e io sono ancora single. Grazie mille per la notizia Nancy, ora sì che la mia serata ha un senso. E poi cos’hai da essere così contenta tu, nubile ed indesiderabile? “Se non hai impegni per domani sera puoi aggiungerti a noi.” Non mi dire. Sesso, droga e rock’n roll? Quasi: dieci ragazzi single, cinque maschi e cinque femmine, si incontrano per conoscersi. Poi ognuno scrive su un pezzo di carta quali caratteristiche dovrebbe avere il suo partner ideale e, in base a queste, si formeranno cinque potenziali coppie che potranno decidere se continuare a vedersi in privato oppure no. “Allora, che te ne pare?” Mi ricorda uno di quei penosi format per ragazzini in cui tutto è deciso a tavolino perché il meccanismo è troppo artificioso per poter funzionare realmente. “Bello” mi limito a rispondere, anche per non urtare la sensibilità di Nancy, che evidentemente, e per motivi che mi sfuggono, ci sta mettendo anima e corpo per organizzare questa cosa qui. Le chiedo dove si dovranno incontrare e a che ora. “In una chiesa qui vicino verso le 7. Prima preghiamo tutti insieme e poi diamo inizio all’evento.” Se volevi convincermi, stramboide fanatica che non sei altra, hai trovato l’argomento giusto. “Se vuoi venire c’è ancora posto, però devi dirmelo prima possibile.” E allora devo sbrigarmi a decidere, non mi perderei questo evento per niente al mondo. E, giusto per regolarmi, quanti altri posti ci sarebbero ancora? “Per adesso siamo in tre, me compresa, ma devo fare ancora molte chiamate.” Chi l’avrebbe mai detto, ancora la bellezza di sette posti. Non so se essere più intristito o divertito. È una di quelle sensazioni borderline che si provano assistendo ad una tragicommedia. “E tu cosa scriverai sul bigliettino domani?”, le chiedo tra un boccone di riso e uno di carne. “Insomma, come dovrebbe essere il tuo uomo ideale?” Lei poggia le bacchette sulla scodella, ingoia il cibo che ha in bocca e mi mostra l’indice. “Per prima cosa, deve avere un temperamento pacato e poco incline all’ira.” Fa una breve pausa, poi solleva anche il medio. “Secondo, non deve mai placare la sua sete di apprendimento.” Terzo? “Deve offrirmi delle garanzie economiche.” C’è anche un quarto requisito? “Sì, deve essere esteticamente accettabile.” Le dico che uomini così non sono facili a trovarsi, ma se si cerca bene qualcuno ancora è rimasto. Comunque, proseguo, le fa onore mettere l’aspetto esteriore all’ultimo posto. Lei sorride e si guarda le unghie. “Forse ho delle aspettative troppo alte, ed è per questo che non ho ancora trovato nessuno. Ma perché dovrei accontentarmi? Io non voglio accontentarmi.” Già, è quello che penso anch’io. Ci separa un oceano, è vero, ma sotto pesanti strati fatti di cultura, provenienza, formazione e credo, siamo due esseri umani con gli stessi impulsi e le stesse paure. Lascio Nancy al suo giro di telefonate e mi rinchiudo in camera mia a fissare il soffitto. Da quando sono qui in Cina è stato tutto un susseguirsi di esperienze nuove ed eccitanti, ho conosciuto gente straordinaria, ho dato e avuto tanto, ma forse mi sto dimenticando della cosa più importante. Prendo tra le mani il cellulare e scorro lentamente la rubrica. Mi blocco su un nome. Senza pensarci un secondo di troppo scrivo velocemente un messaggio, di quelli chiari e diretti a cui si può rispondere solo con un “sì” o con un “no”, e lo invio senza nemmeno rileggerlo. Poi socchiudo gli occhi e ripenso per un attimo alle mie estati in Calabria, ai miei quindici anni, al primo appuntamento. Il beep del cellulare mi riporta alla realtà. Prendo fiato e leggo il messaggio.
Un sorriso si disegna sul mio volto.

“M’hai fatt’ ‘nnammurà, quell’aria da bambina che tu hai, nun me fa ‘cchiu aspettà, ‘o tiemp’ vola e tu peccato faje”
(Nino D’angelo)

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