Cavalcare il dragone

La prima volta che ho visto Andrea mi trovavo al The Mask, un locale minuscolo quasi sempre strapieno di occidentali che si trova al centro del quartiere dei divertimenti notturni, se proprio vogliamo definirlo così, di Kundu. Stavo sorseggiando la mia Laowo calda con Michela, Giovanna e un altro gruppetto di studenti stranieri parcheggiati a Kunming di cui, per ovvi motivi, non ricordo più facce e nomi. “Quello è di Taranto, come me” mi urlò nell’orecchio Giovanna, non per cercare di darmi fastidio ma semplicemente perchè la musica era stranamente troppo alta. Bella roba sti pugliesi, sono dappertutto, peggio dei calabresi. Ricordo che ogni volta che ho lasciato la calabria, anche per un breve periodo, ho sempre avuto a che fare con pugliesi. Che poi dico, almeno a voi qualcosa di buono vi è rimasto oltre il mare: le orecchiette, la pizzica, i trulli, la taranta, Caparezza, Al Bano Carrisi e tante altre cose che ora non ricordo. Però ce ne stanno. Insomma, come direbbe mio nonno, statevi a casa vostra, non contribuite a rendere sto mondo ancora più incasinato di quello che è. “Pensa che i suoi genitori conoscono i miei, ma noi due non ci siamo mai visti. Un giorno suo padre lo chiama e gli fa: Guagliò, vedi che ci sta n’altra tarantina dove stai tu alla Cina. Mi raccomando trattacela bene, che se non v’aiutate tra voi tarantini…” Davvero una storia commovente Giovanna, potremmo intitolarla: “L’emigrazione dei terroni ai tempi del socialismo di mercato cinese.” Grazie per avermela raccontata, soprattutto in un posto come questo dove è piacevole intrattenere conversazioni e disquisire amabilmente della vita e della morte. Mi era rimasto il fiato necessario per fare una sola domanda, dopodichè avrei dovuto far riposare le mie corde vocali per altri 40-45 minuti prima di poter parlare di nuovo. Capita quando bisogna gridare per comunicare col tuo vicino di posto. “E che fa a Kunming?” le chiesi appiccicando la mia bocca al suo orecchio. Se Giovanna mi avesse risposto qualcosa come “insegna inglese”, oppure “lavora per un’azienda di import-export”, probabilmente avrei lasciato cadere l’argomento, sarei tornato a meditare sulla mia Laowo calda e per i successivi 40-45 minuti non avrei più proferito parola. Invece quello che mi disse accese la mia curiosità. “Mah, non lo so di preciso, organizza eventi mi pare.” Io sbarrai gli occhi. “Una specie di P.R.?” Ma lei era già sparita, persa nella coltre di nebbia che era calata sulla pista da ballo, dove giovani di ogni età, provenienza, sesso e religione si dimenavano senza posa in preda ad un’estasi mistica. Restai lì, cercando con lo sguardo il tarantino. Avevo sempre voluto saperne di più sul mondo di questi fantomatici personaggi che si trovano sempre “nei posti che contano”, che indossano sempre i vestiti “giusti”, che appena arrivano in un locale salutano tutti, dalla ragazza annoiata seduta al tavolino al barman, passando per il dj fino alla donna che pulisce i cessi. Volevo conoscere i motivi che li avevano spinti a scegliersi quella strada, le ambizioni che li animavano, i rimpianti che avevano, se ce ne avevano. Avrei voluto sapere cosa avessero da essere così contenti tutti i santi giorni, se ogni tanto anche loro, come tutte le persone normali, non si sfracassassero i maroni a furia di feste, birre e musica techno. Il tarantino si era volatilizzato, forse era andato a parlare un pò con il magazziniere, oppure con il ragazzo che porta le casse di birra da una parte all’altra. Chissà quante cose avevano da dirsi. Lo rividi poco più tardi e gli andai incontro. “Ah, sei italiano anche tu!” Fu tutto quello che riuscii a capire. Poi cominciò uno sproloquio incomprensibile, inframezzato da pause in cui si voltava verso di me e mi chiedeva qualcosa. Io annuivo, ipnotizzato dai suoi occhi verdi e dall’ondeggiare dei suoi lunghi capelli dietro al collo, e lui ripartiva in quarta. “Oh, devo andare a salutare un pò di gente” disse infine. “Mi ha fatto piacere parlare con te.” Il mistero dei P.R. si infittiva. Lo incontrai di nuovo una settimana dopo al The Box (quasi tutti i locali di tendenza hanno il nome che comincia con “the”), ritrovo di sfaccendati e ubriaconi. Il tarantino era impegnato nel suo abituale giro di saluti. Quando arrivai stava chiacchierando con la cameriera, che, pur non spiccicando una sola parola di inglese, lo ascoltava con attenzione e di tanto in tanto sorrideva. Quando mi vide mi fece segno di aspettare il mio turno. Prima di me c’erano la barista, il lavapiatti, due o tre ragazze cinesi, l’altra barista e un suonatore di violoncello australiano. Calcolai una media di 6,7 minuti a saluto e mi ordinai una Qingdao rigorosamente calda. Decisi che questa volta avrei adottato un approccio diverso, non me ne sarei stato nell’angolo ad incassare passivamente bordate di informazioni inutili. Avrei schivato le sue manfrine e poi lo avrei aggredito con una sfilza di domande dirette. Non avrei sprecato nemmeno uno dei 6,7 minuti che mi spettavano di diritto. “Senti, ma tu esattamente che ci fai a Kunming?” gli chiesi a bruciapelo quando venne il mio turno. Lui non si scompose. “Beh sai, ero in cerca di qualcosa di diverso, di nuovo. Avevo bisogno di respirare un’aria di cambiamento, di forte e deciso rinnovamento spirituale e materiale. Niente a che vedere con l’estemporaneo arrivismo di certi presunti santoni del business che, nel nostro bel Paese, ti dicono chi essere, cosa fare e perché farlo. Qui è tutta un’altra storia. Qui puoi essere falco e rugiada, senza dubitare mai, senza chiederti perché. È come diceva quello lì… quel filosofo tedesco del settecento… insomma quello: bisogna precipitare e fermarsi giusto ad un millimetro da terra, è il solo modo per imparare a volare. È questo che ho imparato qui, cose di queste in Italia chi te le dice? Nessuno, ecco chi te le dice. Hai capito, Mauro?” Mauro?? Guardai l’orologio: mi restavano meno di tre minuti. “Sì, ma di cosa ti occupi di preciso, se posso chiedere?” Il tarantino prese fiato. Stava per partire con un’altra tiritera. “In breve magari” mi affrettai a suggerirgli prima che cominciasse. Non servì a niente. “Beh, vedi Mauro, io creo un ponte di visibilità per ambienti ludici per adulti, metto a disposizione la mia rete di informazioni e conoscenze per garantire nuove opportunità di crescita a realtà emergenti e fare in modo che una fetta di questa grande torta che chiamiamo Cina finisca nella bocca di tutti quelli che hanno la pazienza e la perseveranza di tenerla aperta per giorni, settimane, mesi, anche a costo di farsi venire i crampi alle mascelle. Per dirla in breve, carissimo Mauro, faccio la puttana.” Su quest’ultima criptica rivelazione scadeva il mio tempo e il tarantino, preciso come un orologio svizzero, mi salutò e si diresse verso la cucina. Il cuoco aveva appena finito di lavorare ed era il prossimo sulla sua lista dei saluti. Mi ci sono voluti circa 4 mesi per capire cosa faccia veramente Andrea per campare. In pratica sponsorizza i locali e i pub attraverso vari canali e ogni tanto organizza delle serate a tema. Tutto qui. Del resto, come mi ha detto in una delle nostre successive conversazioni, si è sempre occupato di questo, è quello che gli riesce meglio e quindi perché non farne una professione? Ci ha pensato a lungo durante i suoi vent’anni trascorsi nella periferia dell’Italia, dell’Europa e del mondo, mentre tutti intorno a lui badavano solo a riempirsi la pancia e gli davano del presuntuso cazzaro solo perchè non si accontentava di quello che aveva. Un’idea bizzarra ed eccitante cominciò a formarsi nella sua testa. La lasciò crescere pian piano, ne valutò la reale attuazione. Infine un giorno, alla soglia dei trent’anni, decise che era giunto il momento di tirare fuori gli attributi e far vedere a tutti quei poveracci di che pasta era fatto. Al termine dell’ennesimo massacrante turno di lavoro all’ILVA, lasciò i guanti sdruciti sul banco e si licenziò. Festeggiò il suo trentesimo compleanno a Pechino. Il suo inglese era approssimativo e il suo cinese pressoché inesistente, ma il tarantino era contento perché sapeva di aver svoltato. Si era lasciato alle spalle tutti i timori, aveva sgombrato la mente e si era lanciato nel vuoto. Qualche mese più tardi, quasi per caso, finì a Kunming, che proprio in quel momento stava cominciando ad affermarsi come nuova metropoli dopo essere stata per secoli cittadina di provincia abbandonata a sè stessa. Ci vide delle opportunità e cominciò a costruire qualcosa. “Una rete di relazioni e conoscenze”, come direbbe lui, necessaria al suo lavoro. Che è essenzialmente quello di far divertire le persone e far crescere i locali. Un mestiere più che dignitoso dopotutto. L’ultima volta che l’ho visto è stato qualche giorno fa. Finalmente mi ha chiamato Giuseppe e per la prima volta abbiamo chiacchierato per più di 6,7 minuti. In quel momento il tarantino non era un P.R., era solamente Andrea, un ragazzo pugliese con un grande spirito di iniziativa che un giorno ha preso ed è partito. Una persona degna del mio rispetto. “Sto pensando di aprire una vera e propria società di servizi. È una cosa da cagarsi addosso, lo so, ma è la prossima tappa del cammino. Non provarci significherebbe mandare al diavolo tutti i sacrifici fatti finora. E poi”, ha sospirato scolando l’ultimo sorso di birra, “bisogna cavalcare il dragone.”
Sono rimasto a fissare la mia bottiglia di Dali mezza vuota, chiedendomi quale sarà la prossima tappa del mio cammino qui in Cina.

“Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia”
(Caparezza)

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