Questione di fuso

Queste ultime ore sono state per me molto simili ad un lungo sogno, uno di quelli in cui luoghi e persone dall’aria vagamente familiare si mischiano insieme senza alcuna logica apparente. Ancora adesso che mi trovo nella stanza 318 del delizioso hotel Camellia al centro di Kunming, c’è qualcosa che non mi torna. E’ cominciato tutto durante l’attesa del volo per Pechino, mentre mi trovavo nel pieno del proverbiale stordimento emotivo che precede ogni viaggio che si rispetti, specie quelli che con un ampio margine di approssimazione si potrebbero definire “esistenziali”. Poi è stato un lento susseguirsi di file e attese, metal detector e tapis roulant, controlli passaporto e carrelli cigolanti, poltroncine di aereo più o meno comode e quelle assolutamente scomode di aeroporto. La strana sensazione di non sapere esattamente che ore siano, né in quale punto del globo terrestre ci si trovi precisamente. Questione di fuso si direbbe. Beh sì, ma non solo quello.
Per me questo viaggio in Cina è un pò come tutte quelle cose che si aspettano a lungo: quando finalmente si realizzano ci si accorge di non essere sorpresi/estasiati/emozionati/incantati/piacevolmente intimoriti come si pensava. Ho passato così tanto tempo ad immaginare e progettare questo viaggio che adesso che ci sono dentro sul serio non so bene cosa stia provando, lo stordimento emotivo continua. Diceva un certo Oscar Wilde: “Ci sono due grandi tragedie nella vita: una è non ottenere quello che si vuole, l’altra è ottenerlo”. Bah… con tutto rispetto per Wilde, mi sembra una gran pippa mentale. O forse quella canaglia di un irlandese se la godeva troppo a prendere per i fondelli tutti quanti, e probabilmente ci aveva capito più di qualunque altro della vita. Mah sì, sarà il fuso. Inoltre non mi sdraiavo su un vero letto da due giorni: la cosa più vicina ad un letto che abbia visto nelle ultime 24 ore sono state le poltroncine di prima classe dell’aereo, e naturalmente le ho solo viste da lontano. In tutto ciò, le parole cinesi che ho pronunciato, male peraltro, da quando sono partito si contano sulle poche dita rimaste ad un maldestro fuochista. Mi avevano già parlato della “Maledizione del blocco cinese”, secondo la quale uno studente che approda per la prima volta in Cina, non importa per quanto tempo abbia studiato la lingua nel proprio Paese o se sia laureato o meno, apre la bocca per parlare e immediatamente si rende conto di non ricordarsi un accidente, o di non sapere un accidente; presta attenzione ad un annuncio all’aeroporto ma non afferra che qualche sparuta parola; si reca in un qualsiasi ristorante e rimane incantato davanti al menù per qualche ora, cercando di invano di riportare alla memoria la lezione del primo anno sulle specialità gastronomiche cinesi, dopodiché, esausto, indica uno a caso tra i piatti e dice, o pensa di dire, “il secondo”, ma subito dopo si ritrova davanti due ciotole identiche.
Dicono che la durata di questo morbo sia variabile e soggettiva, ma in genere dipende da alcuni fattori tra i quali: forza di volontà, predisposizione a bazzicare luoghi frequentati da cinesi piuttosto che da expats, essere disposti a ripetere qualcosa anche un centinaio di volte pur di farsi capire, essere disposti a far ripetere a qualcuno qualcosa anche un centinaio di volte pur di capire, e, non meno importante, tanta tanta forza di volontà.

“Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista”
(dal film “La dolce vita”)

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2 risposte a “Questione di fuso

  1. Sei sempre molto profondo nei tuoi pensieri, riesci a trasmettere appieno come ti senti in questo momento.ma noi siamo tenaci e ce la faremo alla grande.Mamma

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