3 mesi a Chengdu

Ma sta a vedere che questo posto non ti dispiace affatto, Giuseppe. No, non mi dispiace affatto.

E perché poi? Voglio dire, non è certo una città con cui è facile costruire un certo feeling. E quale altra città cinese lo è del resto? Kunming di per sé non aveva niente che colpisse la fantasia di un viaggiatore. Neanche Shanghai, se proprio vogliamo dirla tutta, o Hong Kong, che non offre tanto alla vista al di là dell’osannato skyline, mentre a Pechino non ci sono nemmeno ancora andato.

Sulla bruttezza puramente estetica delle città cinesi siamo più o meno d’accordo tutti. Ciò che ci spiazza è la loro complessità, l’impossibilità di coglierne appieno l’essenza. È un territorio pericoloso questo, un pantano della mente, e quando ci si addentra si rischia di non uscirne più. Diventa un susseguirsi di domande che generano solo altre domande.

Chiedetelo a quelli che continuano a scavare operosamente e affannosamente da anni e che alla domanda: Perchè sei ancora qui? vanno nel panico. Il problema è che è difficile prendere una posizione quando l’istinto e la ragione seguono direzioni opposte, e in Cina succede troppo spesso.

Per questo motivo i nostri lunghi dibattiti sul senso di essere qui adesso sono vicoli ciechi, cominciano e finiscono sempre allo stesso modo: imprecazioni e maledizioni prima e alzate di spalle dopo.

Perché non c’è niente di ragionevole nel rinchiudersi in una prigione di cemento e neon che giorno per giorno ti tiene sempre più incollato al suolo e ti porta a dubitare di tutto e tutti, a rimettere ogni cosa in discussione di continuo.

Ma niente è in grado di placare l’ossessione, neanche la certezza che è impossibile fermare qualcosa che corre troppo veloce.

Ci accontenteremmo di afferrarne anche solo un piccolo riflesso. Basterebbe a raccontare con un pizzico di sincerità quello che sta accadendo in questo angolo di mondo? Basterebbe a spiegare e a spiegarci la testardaggine che ci trattiene ancora qui? Vorremmo scoprirlo.

E allora la folle rincorsa continua, tra pianti a dirotto e risate contagiose. E nel frattempo volti nuovi si sovrappongono a quelli di un tempo, cambiano suoni e odori. Intere pile di nuove esperienze destinate a diventare bei ricordi. Destinate a renderti una persona sempre più complessa e a suo modo speciale e unica.

Come le città cinesi, come Chengdu.

E mentre sei lì a chiederti quali altre sorprese, belle o brutte, siano pronte per te, il telefono comincia a squillare.

Che fai Giuseppe, non rispondi? Io… ma cosa vogliono adesso questi?

Bisogna che tu risponda, e anche subito. Potrebbero non chiamare più.

Dall’altra parte, il Destino ha la voce ferma di un uomo sulla quarantina che tradisce un leggero accento a me familiare.

“Sì, sono io, perché?”

Se tutto questo poi non avrà il senso che voglio, avrò girato il mondo a modo mio

(JFK & La Sua Bella Bionda)

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2 risposte a “3 mesi a Chengdu

  1. Tante cose vere, che un po’ tutti noi stranded in China viviamo sulla nostra pelle (e a volte sulle nostre palle).

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