Penombra e ombrelli

C’è un momento dell’anno in cui Chongqing spegne le luci. Una coltre, densa e biancastra, prende posto tra terra e cielo, fagocitando i palazzi del centro e le montagne che li circondano. Solo di sera lo scintillio di fari e neon apre dei sottili squarci in questa massa informe.

Di tanto in tanto dalle nuvole gonfie prendono a colare gocce spesse e insistenti. Succede solitamente il sabato mattina, in quello spazio sacro che dovrebbe essere dedicato alle dannate “faccende”. Riparare cose che si rompono, ad esempio. Nel caso specifico, le scarpe (che, per una perversa ironia della sorte, si rovinano anche a causa di umidità e mal tempo).

Raccogliendo tutto il coraggio di cui un essere umano può essere capace, ci mettiamo in marcia alla volta del nostro scarparo di fiducia. Qui commetto un imperdonabile errore: scrivere un messaggio al nostro affezionatissimo senza attendere una sua risposta.

Lungo la strada, mentre tra una pozzanghera e una macchina in corsa calzini e lembi dei pantaloni si inumidiscono in modo irritante, mi chiedo perché Gennaro (lo chiameremo così d’ora in poi) non risponda al telefono.

Di solito non si schioda per nessuna ragione dalla sua postazione di lavoro, una cameretta che per collocazione rispetto alla strada e condizioni igieniche ricorda un “basso” di Napoli. Qui, mentre lui con indicibile maestria rimette a nuovo calzature di ogni tipo a prezzi molto piu’ che concorrenziali, sua moglie Concettina cucina, o meglio cala in vaschette di olio scuro, manicaretti che farebbero gola anche ai piu’ inappetenti.

Ed è proprio in questa occupazione che la troviamo intenta al nostro arrivo. Nel vederci ha come un sussulto, una reazione molto diversa dai larghi sorrisi che normalmente ci tributa. Ci chiede come ci è venuto in mente di avventurarci con quel tempaccio. Alle sue spalle, lo sgabello di Gennaro è tristemente vacante.

Le chiedo di suo marito e lei comincia a farfugliare cose in preda all’agitazione. Ammetto che il mio livello di comprensione del dialetto di Chongqing è ancora limitato, specialmente quando a parlarmi è Concettina. Riesco però come sempre a isolare alcune parole chiave. Tra queste: pioggia, comprare e ombrelli.

Dovrei dedurne che il poveretto è uscito a acquistare degli ombrelli per via della pioggia? Provo a chiedere lumi a Titina, che è sempre piu’ incomprensibilmente agitata. Asserisce con rammarico che in quella strada passa poca gente e gli affari non sono buoni, quindi Gennaro è dovuto andare lì vicino.

Mi dico che o hanno perso entrambi la brocca oppure non ci sto capendo niente. Due possibilità peraltro realistiche nelle medesime percentuali. Proprio in quell’istante, per incrementare ulteriormente il livello di caos, noto accanto al banchetto di Titina una cassetta con degli ombrelli.

Comincio a pensare che si stiano prendendo gioco di me, ma prima che possa protestare ricevo una chiamata da Gennaro. Conferma di essersi allontanato per comprare ombrelli ma che, dal momento che mi considera un cliente di fiducia, farà di tutto per tornare il prima possibile.

In stato confusionale, mentre Titina continua a lamentarsi per i pessimi affari, facendomi pesare il fatto di non aver desistito costringendo così il povero Gennaro ad una faticosa ritirata sotto la pioggia, cerco di unire le tessere dell’intricato puzzle, ma non viene fuori niente di convincente. Finalmente in fondo alla strada sbuca Gennaro.

Non solo ha un ombrello aperto sulla sua testa, ma ne trascina un carrettino pieno. La verità mi colpisce come un diretto in pieno stomaco: la mia mente torna a una ventina di anni fa, seconda o terza lezione di cinese del primo anno, quando scoprimmo tutti, con un misto di divertimento e sconforto, che comprare e vendere in cinese si dice allo stesso modo, ovviamente con un tono diverso.

Dopo aver ringraziato Gennaro e promesso di non fargli piu’ visita in giorni di pioggia per non ostacolare la sua attività collaterale, me ne torno a casa a testa bassa, frastornato, divorato dai sensi di colpa e anche un po’ umiliato dal grossolano errore di comprensione.

Nella mia testa si affollano tanti dubbi ma emerge una granitica certezza: capire un mondo in cui un unico suono, con una variazione di tono per noi quasi impercettibile, si può tradurre sia come comprare che come vendere è impossibile.

Ma, in fondo, ho mai avuto questa pretesa? 

Now that it’s raining more than ever
Know that we’ll still have each other
You can stand under my umbrella

Rihanna

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