Reduci

Anni fa partecipammo ad un ricevimento organizzato da un’associazione cinese che riuniva i cosiddetti “ritornati”. Gente che aveva trascorso un periodo piu’ o meno lungo all’estero e che rientrava trionfalmente all’ovile per riportare indietro e consegnare alla adorata e a lungo sospirata Madrepatria esperienze, saperi e idee acquisite altrove.

Come una sorta di contropartita obbligatoria in cambio del privilegio che era stato loro concesso di poter lasciare temporaneamente il Paese.

Questa fu, perlomeno, l’impressione che ricavammo dalla serata, dopo i soliti, altisonanti sproloqui intrisi di un nazionalismo che già all’epoca sapeva di pura propaganda.

I reduci. Così li ribattezzò il nostro cinismo occidentale, la nostra naturale avversione a espressioni verbali chiaramente svuotate di ogni contenuto e ridotte a sola forma. Non saprei dire se fossero veramente felici di essere di nuovo a “casa”, c’era sicuramente troppa esaltazione artificiosa nell’aria per capire cosa davvero frullasse in quelle loro teste ormai zeppe di parole inglesi e di concetti semi sconosciuti da queste parti.

Ogni tanto mi chiedo che fine abbiano fatto e com’è stato veramente tornare per loro. Glielo chiederei pure, ma di quell’associazione non abbiamo piu’ avuto notizia. Se continuano a riunirsi non ci hanno piu’ invitati.

A volte dubito anche della loro stessa esistenza. Si insinua nella mia testa l’assurda idea che era tutta una messinscena per scoraggiare chiunque osi anche per un attimo pensare che all’estero si stia meglio che in Cina.

Ma forse sono i soliti deliri paranoici pasciuti a fake news e presunte cospirazioni che viaggiano sui social.

E comunque non è male sentirsi un po’ figliol prodigo ogni tanto, sapere che il tuo mondo è lì che ti aspetta, anzi ti rivuole indietro il prima possibile. Anche se magari è una scusa per sfruttare a proprio vantaggio le competenze maturate in qualche università americana o inglese.

Che ci sarebbe di male in fondo? È un lusso che le decine di migliaia di italiani che se ne vanno ogni anno non possono permettersi, mi pare.

Forse i veri reduci non erano loro. Saremmo mica noi?

Sopravvissuti ad anni di trincea, ma con la vaga impressione che quello che ci aspetta dall’altra parte sia ancora peggio. Non gli sputi della folla, ma neanche festeggiamenti in hotel a 5 stelle, sorseggiando bollicine e degustando canapè.

Certo, potrei riunire una masnada di ritornati e fondare un’associazione. E ogni anno, a dicembre, fare la conta di quanti sono rientrati e, come nella scena finale di Lost, rivedere i vecchi amici di mille avventure. E ripensare, nella banale e rassicurante normalità italica, a quelle serate illogiche e sfrenate, alle carcasse appese, ai suoni gutturali. Come si fa con i sogni in cui il surreale lentamente sfuma nella spietata realtà.  

“Quando suona la campana non chiederti per chi suona. La campana suona anche per te.” (John Donne)

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